Busseto

È morto Giuseppe Verdi! È morto Giuseppe Verdi!, urla un contadino ubriaco: è l'incipit del discusso capolavoro del regista Bernardo Bertolucci,Novecento .
Nel film si narra la storia d'Italia, dalla morte del nostro Maestro, al fascismo, alla liberazione, in un tratto di bassa padana che fa capo a Busseto.

In effetti, ancor oggi, il ricordo del sempre amato concittadino Verdi pervade quasi ossessivamente queste zone, facendosi presenza palpabile: a Busseto le vetrine son tutte piene dei suoi ritratti, delle riproduzioni di spartiti musicali, dei compact-disc. La piazza principale poi, con annesso monumento, gli è intitolata; e così anche lo splendido teatro, situato nella Rocca Pallavicino.


La sua umile casa natale si conserva invece a Roncole (ribattezzata Roncole Verdi, naturalmente), ben in vista sulla strada; mentre Villa Verdi, abitata oggi dagli eredi, è un'ulteriore tappa del tradizionale itinerario verdiano, a Sant'Agata, pochi chilometri oltre Busseto. Tutto, insomma, dice Verdi; ma da quasi una ventina d'anni, cioè almeno dai tempi dell'uscita di Novecento (1976), queste zone ci parlano anche del regista Bertolucci. Siamo tornati qui in una mattina di questo già fresco ottobre, con quel tipico velo di nebbia padana che sembra voler schiacciare i campi dissodati, come se il paesaggio non fosse abbastanza orizzontale. Siamo tornati al podere delle Piacentine, dove il regista girò una buona parte delle sue vicende novecentesche: e in particolare le vite parallele di Dalcò Olmo, figlio di contadini, e di Alfredo, rampollo del proprietario.

Le Piacentine si iniziarono a costruire nel 1820, sui piani dell'architetto Voghera, e si trovano in località Roncole, nei pressi, oggi, di Malvisi (sì, quello degli arredamenti). Hanno conservato, dai tempi in cui furono set bertolucciano, la stessa conduzione d'impresa agricola; e il proprietario ci scorta cortesemente in questo grande caseggiato a forma di quadrilatero, con un enorme spiazzo centrale. Non siamo i primi, ci avvisa, che accorrono sulle orme cinematografiche di Bertolucci; e non saremo certo gli ultimi. Il posto, a quanto ci dice, è diventato famoso ed ambìto: a volte si ospitano matrimoni, feste e quant'altro, ma senza mai riuscire ad utilizzarne tutta la capienza. Di recente, una comitiva di industriali francesi ha addirittura voluto pranzare nelle stalle, dove nella finzione del film Burt Lancaster si impicca, per la disperazione di una vuota vecchiaia. Bestie e letame non ci sono più, ma rimane l'emozione di trovarsi proprio lì, come tra fotogrammi, dove poi comparirà anche Sterling Hayden, in un breve monologo col morto. Le facciate dell'intero caseggiato hanno cambiato colore rispetto al set. Bertolucci, infatti, aveva dato loro una patina più antica, più consona al resto del paesaggio; mentre oggi sono restaurate, in ordine, adatte ai nostri tempi. Solo la torre ha conservato i colori del regista, come una preziosa reliquia del suo passaggio.

Qui ci si può davvero sbizzarrire ad indovinare le inquadrature, a rammentarsi le scene, passando da una sala all'altra, con l'impressione viva di doversi imbattere d'improvviso in Donald Sutherland, in Laura Betti, in Romolo Valli . E se poi volessimo rendere questo gioco ancor più intrigante, si potrebbe persino cercar di conoscere i discendenti del protagonista Olmo Dalcò: poco distante da lì, a Madonna dei Prati, come ci suggerisce la nostra improvvisata guida. Non è però il caso di invadere ulteriormente la privacy, e ci accingiamo anzi, dopo questa breve intrusione, a togliere il disturbo. Non prima però di aver carpito un piccolo segreto. Ogni tanto, quando gli impegni lo consentono, quando passa per l'Italia, qualcuno degli attori ritorna alle Piacentine:


Depardieu, De Niro, la Sandrelli e gli altri. Un anno di riprese cinematografiche e di vita tra il silenzio irreale dei pioppeti ed il mormorio del vicino Po ha lasciato anche in loro un segno. A noi visitatori resta invece la possibilità di riscoprire le terre bussetane sotto un nuovo aspetto: per una volta cioè, non in chiave musicale, ma con occhio cinematografico. E con la fortuna, magari, di coincidere con una visita di qualche illustre inteprete d'allora.

Andrea Briganti

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