
Forse l'arte non ha bisogno di nulla.
Forse la 'sua' musica non ha bisogno di nulla. Forse l'ouverture de 'La forza del destino' (la forza del destino...) rinnova in qualsivoglia espressione bellezza e immortalita'. E con essa ogni altra opera. Dunque gia' monumento.
Eppure la citta', davvero, sembra un sipario senza golfo mistico. Verdi e Parma. Il fornaio che zufola 'Va pensiero' e laggiu' il bronzo -che- resta, incerto tra un piedistallo di auto e un fondale Farnese.
E va bene, forse, va bene, che 'Peppino 'non 'lasci' la citta' che pulsa, e i ragazzi e il suo mercato. Non va bene, non piu', se quel bronzo di Ximenes e' soltanto cio' che resta.
Cio' che resta: una sola certezza in poche immagini. Seppia leggero e sgranato di una veduta aerea: ore 9 dell'11 giugno 1938 ; Parma si sveglia cosi' (come sempre, e come avrebbe potuto essere sempre) stendendosi oltre la stazione, con la ruvida ed accogliente eleganza del suo grande monumento a Verdi. Un breve dopo, invece, fissa le statue 'morte' sul selciato, tra la ghiaia del Parco.
Tutto questo, la nascita e la morte del monumento, i perche' (i perche'?) delle scelte e della distruzione, le immagini e Verdi nella musica e nelle tavole artistiche che ritraggono i suoi personaggi, e' ora un ponderoso volume, 'Verdi il monumento ritrovato' di Proferio Grossi, Tiziano Marcheselli, Gian Paolo Minardi, Marzio Pieri (Ivo Zarotto Editore).
La prefazione di Federico Zeri e' secca e tagliente ('Definirei la distruzione del monumento a Verdi una cosa delinquenziale..'), rassegnata ( 'con gli italiani non e' difficile far capire certe cose, e' 'inutile.').
Per nulla addolcita dalle 28 tavole di Proferio Grossi, rapide e superbe, che gonfiano il volume. Riprodotte nelle nettezza vivida e drammatica dei loro colori, restituiscono vita e vitalita' alle 28 statue ('citate' nella pagina a fianco) che ornavano il monumento perduto. Vitalita' cupa, certo non casuale, sui volti immalinconiti dal rappresentare un'assenza. Nemmeno il cenno di sorriso beffardo del Falstaff o quello velato dell'Alzira sfuggono alla regola. Simon Boccanegra, Attila, Macbeth, sono cupi di piu', del loro specchio scolpito. Forse perche' la seria ma serena vivacita' di quei volti incisi era attinta da una parmigianita' di strada. Lo ricorda anche Gian Paolo Minardi, scorrendo in poche pagine una memoria personale (''Il fatto di sapere che per una di esse..forse avesse posato un mio zio, Dante...aggiungeva una specie di complicita' col monumento...'') , che e' subito testimonianza, critica, saggio. 'Il piccone fece piu' danni delle bombe...': le parole di Proferio Grossi sono nette quanto la sua pittura, che diventa cosi' ricordo e dedica (''indegno atto di riparazione') . Stazioni per Verdi, come le titola Marzio Pieri, nell'affiancarle al puntuale ricordo - tavola per tavola - del battesimo di ogni opera.
Ne restano nove. Di quel monumento grande novanta metri, del suo arco e delle 18 arcate, della quadriga centrale e delle 28 statue, restano nove 'tracce'. Poveri resti: Fabrizio Marcheselli non esita a definirli cosi', nelle righe, poche e dolenti che le rintracciano abbandonate in un cinema di Roccabianca. Poveri resti di una storia, ripercorsa e narrata con partecipazione e rigorosa precisione documentaria da Tiziano Marcheselli, che questo libro ha voluto e pensato. Vicende progettuali, stralci di stampa (dal resoconto dell'inaugurazione della Gazzetta di Parma del 24 febbraio 1920, alle polemiche del dopoguerra ), lettere 'giustificative' di tecnici e amministratori , Marcheselli (sue anche le note biografiche di Ximenes e Grossi; di Raoul Allegri invece quelle dell'architetto Cusani) ricostruisce e commenta la cronaca di queste 'mura delle nostre mura' , come le defini' il Pezzani. Non trova un motivo per cui quell'unghia di citta' solo un poco danneggiata dalle bombe di guerra, dovesse essere cancellata dalla pace.
Nove statue. E un'ara -che -resta, anche se spesso i ragazzi intorno non lo sanno. Verdi e' vivo, si'. E forse c'e' qualcosa di inutile nel celebrare l'arte. Ma c'e' sempre qualcosa di distruttivo nel non farlo.
Rita Guidi