Sant'Antonio

Come siamo distratti. Ma sì, un'occhiatina al Battistero gliela diamo, visto che per arrivare al parcheggio si deve passare di là, o perche gironzoliamo in bicicletta. Frettolosi. Tanto è sempre lì, zitto e rosa.
Però, rincorrendo spese o affari, su e giù per via della Repubblica, abbiamo mai sbirciato appena oltre i negozi e i semafori? Ad esempio più o meno all'altezza dell'incrocio con via Saffi? Lì c'è Sant'Antonio. Una chiesa dalla facciata confusa col tempo e coi palazzi, un pò scura e poco percettibile anche se particolare, appena rientrante. È di marmo, fatta a mano da Francesco Albertolli due secoli (abbondanti) fa.

L'origine della chiesa è ben più antica: la fondarono i monaci di Sant'Antonio, nel 1402, ma cosi come la vediamo oggi è il risultato di un progetto di Fer- dinando Bibiena (nientemeno...) e realizzato in due tempi, da Angelo e Cristoforo Bettoli (1712 e poi dai figli, Ottavio e Giambattista Bettoli (l759).
Premesse per un gioiellino. E infatti entrate e guardate su. Non per assaporare un pò di fresco o di riflessione, che in ogni caso fa sempre bene. Passerete almeno un minuto invitante e piacevole con il naso per aria.
Improvviso, dopo l'avvolgente atmosfera dello spazio piccolo e tondeggiante della chiesa, si apre un luminoso, elegante, dolcissimo traforo che adorna la doppia volta del soffitto. Un gioco scenografico, un cielo d'arte, accentuato dai colori candidi o celesti, come piaceva alla sorprendente sensibilita dell'epoca.
<<Il tempio, di derivazione guariniana-- si legge nella Guida di Parma curata da Pier Paolo Mendogni - è uno degli esempi piu' significativi di barocchetto italiano e si presenta internamente come un salotto raffinato e di spiritosa eleganza, mentre la doppia volta del soffitto crea un suggestivo effetto scenografico>>.
Sbirciando oltre i "merletti", gli affreschi hanno soggetti quasi scontati: al centro un Sant'Antonio innnalzato alla gloria celeste e diverse figure di angeli, realizzate dall'abate Giuseppe Peroni. Che non solo della volta è protagonista: suo il grande affresco sulla parete di fondo con l'Apparizione di Cristo a Sant'Antonio (1763-64), la Crocifissione nel primo altare a sinistra, o il San Francesco di Paola in sagrestia.

Ma l'abate fu anche, se non direttamente partecipe, prodigo di consigli soprattutto verso Gaetano Callani, autore delle statue. Un artista importante, quest'ultimo: non solo perchè come anche il Cignaroli, che pure qui ha lasciato la sua impronta pittorica con Ia Fuga in Egitto godeva di indiscussa fama tra i contemporanei. Callani, infatti, visse e raccontò con plastica coscienza anche il passaggio dal tardo barocco, pieno e ridondante, alla sobrietà neoclassica. Ce lo dice anche qui, se osserviamo, una statua dopo l'altra, il lento asciugarsi dei panneggi.
Ma ognuno potrà preferire o scoprire le più personali e intriganti curiosità, o invece infischiarsene e <<accontentarsi>> di un minuto a naso all'aria. Fretta, pensieri e via dalla Repubblica possono tranquillamente aspettare.


					Rita Guidi