Parma è una terra degna di essere esaltata per varie cose egregie, per la magnificenza e per l'eccellenza, che la rendono così <<singulare>> da non aver necessità di lodi, in quanto da lei stessa si fa <<reverentia>>. Tanto sostiene Andrea Baiardi nel suo lungo romanzo in versi Philogyne, pubblicato nel 1507, un caso di linguaggio umanistico volgare, semicolto, in cui comunque Parma risplende per una sua bellezza quasi compiuta. Il bilancio dei primi Farnese comprende anche l'arte e la cultura, di cui abbiamo lasciato da parte le vicende. Dobbiamo quindi rifarci a un periodo che precede quello nel quale siamo arrivati.
Nonostante le turbolenze e i guasti, gli ultimi decenni del Quattrocento portarono contributi intellettuali assai influenti. Si propagava dal circolo neoplatonico di Ugoleto, di Grapaldo e degli altri umanisti un grandioso risveglio, ereditato dalla classicità e animatore di coraggiose attuazioni. La nuova architettura diede il suo primo segno a cominciare dal 1476, per circa un quarantennio, nell'Ospedale della Misericordia, sull'attuale via D'Azeglio. Alla costruzione, progetto di Giovanni Antonio da Erba, parteciparono i maggiori architetti e scultori presenti in citta: Gaspare Fatuli, Gian Francesco de Ferrari d'Agrate e Giovanfrancesco Zaccagni, attivi per altri monumenti, monasteri e chiese che allargarono il respiro della citta: vedi in particolare San Giovanni, fra il 1490 e il 1519, e la Steccata. A quest'ultima, originale fioritura di pietra e marmo a pianta centrale, dalle palpitazioni prebarocche, coltivata fra il 1521 e il 1539, darà un importante contributo Antonio da Sangallo il Giovane.
Riprodotte nell'intarsio su legno in scene prospettiche e fondali di teatro, le architetture moderne, ariose e concrete come un sogno metafisico, vengono invece prodotte con originali illuminazioni cromatiche grazie ai due Canozi da Lendinara, Cristoforo (m. 1491) e Bernardino, a Luchino Bianchino (m. 1434 ca.), a Marc'Antonio Zucchi (146-1525 ca ), ai Testa, Giovanni Francesco (1506-1590} e Pasuale (1524-1587): si vedano i cori del Duomo, di San Giovanni, dell'Oratorio dei Rossi, e qualche altro. Ma nella regione dell'immagine fu la pittura a toccare livelli insuperati. Dentro cupole volte e catini, nel convento di San Paolo, nella Steccata, in San Giovanni e nel Duomo, tra il 1518 e 1530, Correggio con una massima mole di lavoro e Parmigianino, con minori ma stregati interventi, aprirono altissimi cieli, popolati in virtù dei loro pennelli. Figure dell'immaginazione sospese nell'aria, condotte con agili movimenti, fantasie dense di significati anche occulti e comunque suggeriti sia dalla fede. sia da una raffinata conoscenza filosofica e naturistica. Se di pratiche alchemiche i due pittori si occupavano, grazie ad esse è uscito l'oro d'una bellezza totale, la sfumatura che divide gli enigmi d'una commossa realtà nel Correggio e proiettate in una sfavillante ipertensione, anche nella rocca di Fontanellato, le figure del Parmigianino.
Con la famiglia regnante dei Farnese, l'architettura riprese ben altro vigore. Volumi piu imponenti gravarono sul suolo del ducato, <<palazzi enormi, giganteschi, fuori di ogni scala>>, dice assai bene Marzio Dall'Acqua, <<palazzi per lo più disabitati, non utilizzati per abitarvi, per banali scopi quotidiani, ma per enfatizzare l'immagine dei Farnese, la loro grandezza>>. Gia nel 1558 Margherita d'Austria aveva iniziato in Piacenza, su disegno di Francesco Paciotti, l'enorme palazzo detto appunto Farnese, continuato e non finito dal Vignola, dopo il 1564. A Parma Ottavio, circa il 1560, ridusse il castello, sorto per volonta del duca Galeazzo Maria Sforza nel 1471 sulla sinistra del torrente, a luogo di delizia, annaffiato di acqua pura, che servì anche il centro urbano. Vi sistemò un ampio giardino. ben alberato e adorno. Il parmigiano Gian Battista Fornovo progettò la chiesa dlla Santissima Annunziata nel 1566. L'odierno, massiccio palazzo dell'Università fu eretto come collegio della Compagnia di Gesù.
Nel l546 Pier Luigi aveva dato inizio ai lavori per una fortezza o Cittadella, fuori Porta Nuova, in località già detta Flazano, dove esisteva l'antica chiesa dell'Annunziata, con annesso convento dei Minori, che tentarono invano di opporsi al progetto. Morto Pier Luigi, il cantiere si fermò. Soltanto nel l591 lo riprese Alessandro, secondo nuovi criteri di difesa contro i proiettili delle artiglierie. Vi lavorò, fra gli altri, il geniale ingegnere parmigiano Smeraldo Smeraldi che, oltre alla strada da Colorno al Po, diede realizzaione a molte irnportanti opere idrauliche. Oggigiorno il baluardo, benche smantellato, mantiene la figura a pentagono e le strutture fondamentali.
Sullo stesso percorso delle manualita artigianali e della pittura <<mossa>>, veniva avanti la musica. Nel XV secolo solide basi teoriche e didattiche vennero acquisite per merito di Giorgio Anselmi e Nicola Burzio. Ora concorreva Giovanni Maria Lanfranco ad arricchire la materia: maestro di cappella in Steccata fu autore delle Scintille di musica ( 1533), trattato autorevole per la conoscenza delle accordature strumentali (monocordi, organi, arpicordi, clavicembali, liuti, violoni, Iyre, violette, arpe e cithare).
Era venuto il tempo degli strumenti. Coi duchi Farnese prese consistenza la piccola orchestra di corte. Nel 1564 Pier Luigi aveva richiesto un organico di tromboni, pifferi, cornetti, cornamuse, flauti e viole da braccio: la base delle future compagini di strumentisti parmigiani celebrati nel mondo. Il 1564 fu l'anno dal quale anche le cappelle musicali alla Steccata e al Duomo intensificarono i servizi, il numero dei maestri divenne considerevole e di qualità: il caso di Pietro Ponzio, nato a Parma e attivo qui dal 1567 al 1595 circa, trattatista e compositore; o di personalità, quali Cipriano de Rore e Claudio Merulo, acquisti di prestigio per la cultura locale - che purtroppo stenderà su di essi l'impietoso velo dell'oblio, nonostante le iscrizioni tombali assicurino il contrario. Il fiammingo Cipriano, uno dei piu eleganti rabescati ricamatori del contrappunto, prestò un certo periodo servizio con Margherita d'Austria, la moglie di Otta io quando si trovava reggente dei Paesi Bassi; per suo interessamento il musicista venne a Parma nel 1561.
Merulo, a Parma nel 1586, tra l'87 e il '91 assunse le cariche di maestro all'organo in Duomo e alla Steccata, dove la sua sapienza di pratico arebbe lasciato un riverbero della colorata Venezia. Comunque diciamo fin da ora che lungo l'intero arco del loro dominio i Farnese invitarono cantori, suonatori e didatti. Danze, festeggiamenti, messe, spettacoli con musiche auliche e popolari in un rigoglioso intreccio.
Corre l'obbligo di qualche dato. Virtuoso ammiratissimo di viola fu Orazio Bassani detto appunto della Viola in servizio a Parma dal 1574 ai 1586, dal 1592 al 1599 e dopo il 1609. Molto noti furono anche il fratello Cesare, violista, e Francesco Maria, suonatore di violone e trombone. Altro liutista, celebre improvvisatore, il napoletano Fabrizio Dentice, deceduto in Parma nel 1601.
Fra i musicisti nativi, Giorgio Mainerio e Santino Garsi, Mainerio, attivo ad Aquileia nella seconda metà del Cinquecento, autore soprattutto del Primo libro de balli a quattro voci, colorita antologia di danze, elaborate con originalità (Caro ortolano, Putta nera, Lavandera, Schiarazula Marazula, La Parma); Garsi, abilissimo liutista, conserva la sua fama fino a oggi e rallegrò certamente, con pagine sia di estrazione popolaresca, sia di contenuto aulico, i festosi raduni farnesiani dal 1598 al 1604, dopo decenni di attività anche fuori. Suo figlio Ascanio e il nipote Donino divennero liutisti molto noti e fu suo allievo, nonche successore alla corte farnesiana, I'ammiratissimo Andrea Falconieri, napoletano d'origine.
Nominiamo ancora il famoso, in Italia e all'estero (Venezia, Vienna, Ratisbona), Benedetto Ferrari, compositore, poeta, librettista e tiorbista, alla corte di Parma dal 1619 al 1623. Infine Diorisio Isorelli, nativo di qui, cantore ed esecutore di viola bastarda, che partecipò ad appuntamenti storici del teatro in musica italiano: collaborò per gli Intermedi fiorentini del 1589 e per la Rappresentatione del Cavalli a Roma. Agli intermedi fiorentini del '91 partecipò altresì l'arpista Giulio Cima (figlio di Antonio, musico anch'egli),registrato alla cortediParmadal 1577 al 1579 e dal 1583 al 1586.
Oltre che alla corte, le manifetazioni musicali si svolgevano nei palazzi signorili, che ospitavano cenacoli di cultori di lettere, arte e filosofia, come le Accademie degli Amorevoli dei Pellegrini, l'associazione degli Accademici Filarmonici, degli Innominati, della quale fu principe per almeno un ventennio lo stesso Ranuccio. Le accademie avevano delle regole, antenate di quelle che troveremo negli statuti analoghi, più chiaramente codificati, dalla metà Settecento in poi. Di regole comunque abbiamo notizia fin dall'inizio del Seicento, le cronache della Steccata ne registrano un elenco per sanare molti inconvenienti prevedibili <<per causa de musici dell'Oratorio della R.da Compagnia>>. Costoro dovevano badare a cantare e suonare, non a distrarre gli altri con chiacchiere, <<nè tampuoco dormire>>. Il regolamento si rendeva necessario per garantire alla musica la necessaria funzionalità in pompose occasioni.
L'istituzione ufficiale per eccellenza era la cappella, che comprendeva musicisti d'ogni genere e rango, anche laici, artisti di canto d'ogni tessitura (di sesso maschile, all'anagrafe), archi di tutte le taglie, cornetti, <<trombetti>>, tromboni, e più avanti oboi, fagotti, corni da caccia; inoltre liuti, tiorbe, chitarroni, arpe, organi, cembali per gli accompagnamenti concertati. Organici strumentali assai folti, che il musicofilo di oggi puo fingersi di ascoltare ammirando la grande balconata dipinta nel 1637 da Gian Maria Conti nella cappella di San Giuseppe in Santa Croce, modello imitato anche decenni più tardi nella chiesa dell'antica Certosa di Via Mantova.
Tra i complessi strumentali riluce la <<Compagnia dei violini>>, dalla prestanza canora forte e delicata. Cinque slrumentisti, <<con stipendio ed indennizzo per l'abitazione>>, un organico precoce in Italia, come rileva Claudio Gallico. Ci sono violinisti eminenti nella prima metà del secolo. Due probabili allievi di Monteverdi a Mantova, Giovanni Battista Buonamente, notissimo a Vienna e Praga, e Carlo Farina, molto presente in Germania e che nello spassoso Capriccio stravagante imitava gatti, cani, galline, uccelli, chitarre e tamburi. Assai piu stabile e di particolare rilievo, nella composizione (anche per teatro), Marco Uccellini a Parma da 1665, che nella serietà della ricerca formale sapeva introdurre spiritosi richiami da canzoni in voga (Caporal Simon, La scattola degli agli). In coda riportiamo il parmigiano Artemio Motta, nato nel 1661, da famiglia distinta, autore di Concerti, ingiustamente dimenticati, come il suo autore.
Gli obblighi di costoro si facevano sempre piu frequenti, sia in chiesa che a corte. Il calendario di impegni assai nutrito metteva a dura prova la resistenza di strumentisti e cantori. La sonorizzazione degli avvenimenti dava la misura di quanto fosse necessario un abito da cerimonia confezionato da intellettuali e artisti. Pur nella sua nevrosi, il Farnese era volto a concezioni grandiose. Non soltanto emanò importanti decreti politici e amministrativi, ma considerò la cultura come uno strumento altissimo del potere regnante: perciò concesse privilegi all'Università, all'Almo collegio dei teologi, e istituì il Collegio dei nobili, affidato ai gesuiti e frequentato dai rampolli di nobili famiglie italiane e forestiere. La sua presenza sembra dominare il centro storico della città con la incombente massa incompiuta della Pilotta.