Ranuccio I
prese dunque posto nella galleria
dei regnanti di famiglia. Dopo il ritratto di Pier Luigi - viso
scarno, fronte alta, occhi spalancati dalla febbre nel dipinto
tizianesco - veniva quello di Ottavio, animo quasi dispiaciuto
d'essere al mondo, anche se nella pratica dimostrava di conoscere la
vita brillante, le giostre e il guerreggiare. Ranuccio rimava
addirittura con corruccio, obeso, lontano dai campi di
battaglia. tranne un primo approccio in Francia col grande
papà. Il carattere cupo andava d'accordo col peso e si scateno
in alcune occasioni passate alla storia fra grandi clamori. La piu tre
menda e discussa fu quella che va sotto il nome di <<congiura
dei feudatari>>.
Già fin dal 1606, il duca aveva privato la nobiltà
parmigiana di alcuni gelosi privilegi, riservando a sè il
diritto di caccia dal Baganza all'Enza, e dalla via Emilia fino alla
Badia di Cavana, nei boschi di Sala e di Collecchio, in larga zona a
occidente della citta e nella tagliata periferica. Il malumore degli
spodestati si fece sentire ben presto con varie sotterranee
contrarietà, seguite dalle ripicche del potente padrone, specie
contro la marchesa di Colorno, Barbara, discendente da quel Roberto
Sanseverino, conte di Caiazzo, che aveva avuto il feudo, a metà
del secolo precedente. Nata nel 1564, bellissima e scalpitante,
intelligente e colta, sposò quindicenne Giberto Sanvitale,
conte di Sala, e fu una delle dame piu famose d'Italia, cantata da
illustri poeti.
<<Ne le scole d 'amor Barbara siede /
quasi maestra de I'accorte menti, e tutte leggi sono i dolci accenti,
/ leggi di puro onor, di vera fede >>, la giudicò
in versi il Tasso. Si disse che il duca Ottavio fosse invaghito di
lei. Rimasta vedova e in disaccordo con il figlio Girolamo,
sposò nel 1596 il conte Orazio Simonetta, signore di Torricella
sul Po. Ranuccio non poteva tollerare di avere dei nemici ai confini
del mantovano, dove dominava il simpatico e licenzioso Vincenzo
Gonzaga: con lui il duca di Parma era in rotta, da quando Vincenzo,
nel 1581, aveva annullato il proprio matrimonio con Margherita,
sorella di Ranuccio. Percio milizie e controllori parrnigiani furono
inviati nei possedimenti della marchesa, la quale vivamente
protestò, con l'appoggio e le promesse di aiuto del Gonzaga,
che soffiava sul fuoco. Il nervosismo lasciava presagire il peggio.
Nella primavera del 1611 venne tratto in arresto il conte di
Fontanellato, Alfonso Sanvitale, con un'accusa di uxoricidio. Un suo
servitore, tale Onofrio Martani, rivelò fra i tormenti di una
feroce tortura, altri particolari che permisero ai giudici la
ricostruzione di una presunta congiura ai danni del duca di Parma. Le
indagini portarono all'arresto di altri Sanvitale e vari nobili, fra i
quali il conte Orazio Simonetta e la moglie Barbara Sanseverino. La
tortura sciolse loro la lingua al punto che la verita non ebbe bisogno
di prove ulteriori: si erano accordati per uccidere il duca e la sua
famiglia durante una funzione religiosa o mentre i signori erano in
vacanza fuori città. A leggere gli atti del processo
c'è da farsi l'opinione che si trattasse di una montatura, per
lo meno ben orchestrata se non proprio inventata da Ranuccio, per
mettere le mani su una quantita di feudi che appartenevano ai
signorotti incriminati. Fatto sta che il 4 maggio 1612 il giudice
Filiberto Piosasco, severissimo inquisitore della causa,
pronunciò, con il voto del Consiglio di giustizia, la sentenza
di colpevolezza per tutti gli accusati, rei di lesa maestà,
condannati perciò alla confisca dei beni, e a essere decapitati
e appesi squartati. Il duca conferrnò la sentenza di morte, ma
vietò le sevizie. La mattina del 19 l'esecuzione ebbe luogo in
piazza, tra una folla che si assiepava perfino sui tetti delle
case. Per prima cadde la testa di Barbara, che non si spiccò
subito dal busto ed ebbe necessità di un taglio supplementare;
alla fine sette teste erano infisse ai chiodi del patibolo, e un lungo
elenco di poderi e case aggiunto ai registri della corte.
Ranuccio,
inchiodando quei poveri resti, dimostrava d'essere dalla parte del piu
forte, e perfino della ragione, ma il suo gesto suscitò
scalpore in altre corti italiane. Il Muratori rifletteva questi umori negli Annali d'ltalia, formulando all'indirizzo del duca alcuni giudizi secchi secchi: che pur essendo di <<alti spiriti e gran politico>>, nutriva <<cupi pensieri>>, <<macinava continuamente sospetti, per i quali inquietato egli, neppur lasciava la quiete altrui>>, <<studiava l'arte di farsi piu tosto temere che amare, severo sempre nè castighi e difficile alle grazie>>, in modo tale da essere <<ben rimeritato dà sudditi suoi, perchè al timore da lui voluto aggiungevano anche l'odio>>. L'odio e lo scetticismo, <<indolenti. come ora ancor sono, così poco amanti delle lettere, così poco valorosi nelle armi>>, siccome il dominio di costui <<avvilì all'estremo una nazione, che era di gran cose capace>>, secondo il parere dell'Affò in una lettera confidenziale. E possiamo anche noi aggiungere altri particolari inquietanti.
Il duca, com'è risaputo, soffriva di un male misterioso (forse
epilessia), inguaribile. Benchè fosse ben piantato e
resistentissimo alla fatica, aveva frequenti e lancinanti emicranie,
vedeva e udiva cose del tutto fantastiche e non di rado, colto da
vertigini, stramazzava a terra. Inoltre la duchessa, Margherita
Aldobrandini, che aveva sposato nel 1599, non riuscia a portare in
fondo una gravidanza e dovette attendere fino al 1610 per avere la
tragica sorpresa di partorire un esserino sordomuto ed epilettico. Non
pochi cortigiani superstiziosi nutrivano il sospetto che i padroni
fossero ammaliati. Anche la duchessa prestò orecchio a queste
voci, e attribuì al diabolico potere di qualche perfida strega
la colpa delle sue disgrazie materne. Giunse a insinuare che ogni
sventura del marito dipendesse dal rancore d una sua ex-amante, certa
Claudia Colla, figlia di un funzionario della corte, che non voleva
rassegnarsi a vivere oscura e dimenticata.
Ranuccio aveva provato per lei una passione di fuoco, doveva perfino
abbandonare nel bel mezzo urgenti affari di Stato e, spinto da una
volonta' più forte di lui, accorrere a Parma magari da Piacenza
per scaldarsi alla sua fiamma, che forse si era messa in testa un
grande avvenire. Il duca invece si raffreddò e la poveretta,
piena di dolore e di rancore, si buttò al pettegolezzo
coadiuvata dalla madre. Ranuccio tentò inutilmente di
ricondurle alla ragione, finchè decise di punirle. Con la
collaborazione di spioni, falsi testimoni e gente di malaffare, le due
Colla (dette chissa perchè le <<Romane>>) furono imputate di stregoneria e venne percio'
istituita una commissione speciale destinata a giudicare del loro
caso.
Trasportate segretamente nel castello di Gragnano, subirono un lungo
processo. Autorità indiscutibile in materia il padre Girolamo
da Napoli, pubblico esorcista della città di Piacenza,
incaricato di esaminare una settantina di oggetti, sequestrati in casa
delle <<Romane>> e presso un'altra stregotta loro
complice: stabilisse lui se erano di natura diabolica e nel caso li
esorcizzasse. La cesta delle <<robbe sospette>> conteneva
fra l'altro <<uno treccino di capelli, uno quadretto della
Madonna su cartone, uno puoco di carta nella quale era della cosa
pesta simile a cenere, doi ditali di ottone busi da un capo solo,
diverse pezzole bianche cucite insieme, un ovo intiero senza alcuna
apertura pieno d'acqua malefitiata, una palla fatta di diversi colori
di panno,uno pomo verde..>>.
L'esorcista e il suo assistente riuscirono senza la minima
difficoltà a stabilire la particolare funzione di ciascun
oggetto: uno serviva a farsi voler bene, un altro a martellare il
cuore del duca, questo aveva la proprietà di interrompere le
gravidanze, quest'altro faceva ammalare e morire di morte lenta; la
polvera cenerina faceva cadere al suolo come fulminato chi la toccava,
la palla di stoffa chiamava le tempeste a ciel sereno, il pomo verde
era il rifugio dei diavoli scacciati mediante gli esorcismi dagli
altri oggetti.
Ma l'incantesimo piu spaventoso era quello del bastone, che le
<<Romane>> avevano piantato nella loro cantina. Ogni volta
che la duchessa giungeva in gravidanza, il legno metteva una
gemma. Quando la gemma stava per fiorire, le due streghe la staccavano
di brutto e in quell'istante la maternita dell'augusta signora si
interrompeva.
Altre prove della loro <<arte>> vennero raccolte dal vivo
durante le indagini. Mentre a Piacenza si procedeva al disincantamento
dei ventun <<capi>> più malefiziali, a Parma il
duca era preso da violenti attacchi del suo male vero e sentiva un
acre odore di zolfo che gli toglieva il respiro. Efficacia
dell'esorcismo: anche a distanza di quaranta miglia costringeva i
diavoli a sloggiare dal cuore di Sua Altezza. Cura dolorosa ma
salutare e liberatrice, commentarono gli inquirenti, che di queste
purghe erano certamente esperti...
Non siamo in possesso della sentenza; gli storici ritengono che le
due streghe d'amore abbiano trascorso il resto della vita in carcere,
dove nessuno poteva più ascoltare i pareri, del resto cosi
attendibili, usciti dalle loro testoline: e manco male se ebbero la
fortuna di tenerle attaccate al collo.
Quando la notizia si sparse fuori Parma, che cioè il duca
fosse stato oggetto di <<molte malie>>, un suo confidente
affermò che erano soltanto voci, alle quali lo stesso signore
non dava credito. Ma in sostanza le <<Romane>> non furono,
pare, le uniche vittime di una caccia alle streghe. E non basta. Il
potente Farnese si lasciò ammaliare anche dalle storte e
alambicchi di un alchimista ciarlatano, tale Oliviero Olivieri, che
nel gennaio del 1613 gli comunico di saper <<transmuttare li
metalli inferiori in argento, et oro, et di saper fare il lapis
philosophorum et multiplicare l'oro et argento in portioni
notabilissime >>. Ranuccio, che in quel tempo prevedea di
entrare in guerra contro Mantova, Modena e Mirandola, accusate di
congiurare contro di lui, aveva urgenza di denaro sonante e
perciò strinse con l'Olivieri un regolare contratto: da ogni
libbra d'oro cavarne ventotto, da ogni libbra d'argento, venti ogni
venti mesi moltiplicare trecento zecchini d'oro, ogni volta con un
guadagno netto di 150.000 scudi, d'oro s'intende. Compensi
all'Olivieri per questa zecca di nuovo genere sarebbero stati, dopo la
consegna dei primi 150.000 scudi, tanti beni stabili per un valore
corrispondente di trentamila scudi, altri ventimila in oro, e in
più il titolo di conte; in seguito, continuando a moltiplicare
i metalli preziosi nella misura promessa, avrebbe avuto il cinque per
cento sugli utili e un'entrata annua di tremila scudi. L'alchimista si
fece portare nel suo laboratorio notevoli quantita di vasi lambicchi,
pentole, mortai, barattoli e fiale; un considerevole rifomimento di
mercurio, ammoniaca, vetriolo, salnitro, allume di rocca e altre
sciocchezze; soprattutto, ciò che piu gli preme a, oltre ad
alcune libbre d argento, parecchie centinaia di zecchini d'oro,
insieme ai quali gatton gattoni si rendeva irreperibile otto mesi dopo
la stipulazione del contratto e la quasi intossicazione del vicinato,
causa il fumo pestilenziale che gli era uscito dal camino.
Il duca incassò il colpo ma alla sua maniera: si convinse che
l'alchimista non era un avventuriero, bensì un traditore,
fuggito col denaro non perche fosse incapace di moltiplicarlo, ma
perchè intendeva operare in privato a suo esclusivo
vantaggio. Difatti nelle prime settinane di lavoro, a titolo di prova
d'autore, era riuscito a cucinare un bel pò d'argento, con
grande allegrezza di Ranuccio. Certo che dall'argento all'oro, si sa,
c'è di mezzo il mare. Furioso per i mancati introiti. sui
quali contava, Ranuccio nell'impossibilita' di acchiappare il
fuggiasco, se la prese con certi suoi intermediari e garanti. In
qualche maniera doveva sfogare la rabbia, come sempre. Come quando
infieri' sulla sorella Margherita, che i Farnese avevano tentato di
affibbiare a Vincenzo Gonzaga, al fine di instaurare una politica di
buon vicinato. Il fatto è noto, boccaccesco e cupo. l'abbiamo
gia introdotto. La sposina, una tenera e non avvenente fanciulla di
appena tredici anni. venne ripudiata da Vincenzo in seguito a una
riconosciuta malformazione organica che autorizzava lo scioglimento
del vincolo matrimoniale. Margherita sarà chiusa in convento a
Parma, insieme alla sua impotenza, e il fratello le farà da
carceriere, una dimostrazione di sadismo degna di miglior causa.