Odoardo Odoardo

Odoardo e Ranuccio II

Il figlio primogenito di Ranuccio I, tanto atteso. nacque come abbiamo detto sordomuto. Un altro figlio, illegittimo, di nome Ottavio, che passava per benvoluto dalla gente, forse avrebbe potuto ereditare il regno, se non fosse nato nel 1612 il figlio legittimo Odoardo. Cacciato in un angolo come un pericoloso concorrente, verso il 1620 Ottaviuccio fu addirittura relegato tra le pareti della Rocchetta, dove mori nel 1630.

Spirato nel frattempo anche Ranuccio, nel 1622, a protezione del decenne Odoardo assunse la reggenza lo zio, l'omonimo cardinale Odoardo, che governo' con scrupolo. Scomparso anche lui, assunse la reggenza Margherita Aldobrandini, la madre del duchino, e la tenne fino al 1628, anno nel quale Odoardo divenne maggiorenne e sposò l'11 ottobre a Firenze, con grandissime feste, la quindicenne primogenita di Cosimo II dè Medici granduca Toscana, Margherita (di questi fiorellini primaverili e prativi i signori di Prma ne raccolsero a mazzi). In quell'occasione, per accogliere gli sposi, il 21 dicembre, abbiamo visto il Teatro Farnese inaugurato con un allestimento impegnativo, sul quale torneremo, e che sembrò di buon auspicio. Manco a dirlo due anni dopo la peste bubbonica. di manzoniana memoria, quasi dimezzò la popolazione.

Inoltre Odoardo rispetto ai parenti non era un prim'attore, ma appena un imitatore. Anche nell'obesità aveva preso tutto dal padre. Impulsivo e torbido, smanioso di paragonarsi al grande avo Alessandro in qualche storica impresa, tanto per cominciare nel 1633 stringeva un trattato d'alleanza con la Francia di Richelieu. Il cardinale stava tirando i principi italiani dalla sua contro la Spagna, la potenza egemone della penisola, e Odoardo sognava d'aver presto in mano mezza Italia settentrionale. Andava fiero dei suoi seimila fanti, ma le spese per il loro mantenimento erano enormi, e i cittadini del ducato soffrivano di forti privazioni. Il desioso signorotto si piegò a chiedere prestiti a mercanti e banchieri. Fallì una prima campagna contro gli spagnoli, che occuparono Piacenza, mentre Francesco I d'Este lo attacco' direttamente in territorio parmense e lo sconfisse. Si precipitò allora a Parigi, gridando aiuto. Lo confortarono con lodi e onori, ma niente di più. Dopo un viaggio avventuroso, con pochi compagni, attraversò la riviera ligure e l'Appennino, riuscì a rientrare in Parma. Il papa, Urbano Vlll, nella sua qualità di supervisore della politica parmense lo indusse ad abbandonare il disastroso conflitto e nel 1637 il duca sottoscrisse la pace con la Spagna. Sciolta l'alleanza con la Francia, le truppe spagnole occupanti avrebbero sgombrato i territori ducali.

Le avventure del duca comunque non finivano qui. Nel 1536 Paolo III aveva concesso in feudo perpetuo al figlio Pier Luigi il ducato di Castro e di Ronciglione, fra la Toscana e gli Stati della chiesa. I Barberini, altra famiglia romana intraprendene, nipoti del papa Urbano VIIl, si proposero come acquirenti del ducato. Odoardo, sullo stile dei Farnese, almeno di due, Alessandro e Ranuccio, era indebitato fino agli occhi. Le spese di Alessandro erano spesso motivo di contrasto col padre, I'Ottavio che sappiamo tiratino. Ranuccio, per pagare i debiti di Alessandro, aveva ottenuto da Clemente Vll di emettere prestiti, detti <<monti>>, e lo stesso fece Odoardo con Urbano Vlll. Il capitale e gli interessi erano garantiti sul feudo di Castro che Odoardo non intendeva cedere per nessuna ragione. Anzi si mise di buona lena a fortificarlo, una manovra che indispettì Urbano e attirò sul duca varie ritorsioni da parte del pontefice. Fra l'altro un esercito papalino occupò nel 1641 la piazzaforte e pochi mesi dopo venne recapitata a Odoardo anche la scomunica. Un brutto scherzo per lui, che comunque rifiutò la sentenza, come basata su false informazioni, e cercò un'intesa con Venezia, Firenze e Modena. Quindi, senza dare ascolto agli alleati che gli sconsigliavano la mossa, prese il sacco in cima, come si dice, e con la solita precipitazione si porto in territorio pontificio con settemila soldati, pur garantendò la sua obbedienza alla Chiesa e manifestando il solo proposito di punire gli spocchiosi Barberini. Costoro tremarono, come tremò tutta Roma, compreso il papa. E tuttavia il Farnese esitò, in modo che vari interventi a livello intemazionale insaccarono le sue mosse ed egli si vide costretto a prendere da solo un'altra iniziativa militare, costosissima. Nel febbraio del '43 scriveva al cognato duca di Modena: <<Intanto farò il carnevale a Piacenza ballando in quei giomi e godendo della bellezza di queste donne per passare poi la quaresima in chiesa o nello stato dei preti>>

Ma fu una quaresima sgradevole quanto mai. Una violentissima burrasca distrusse la flotta farnesiana salpata da Genova in appoggio alla cavalleria di terra. Odoardo fece marcia indietro ma siccome le trattative coi vecchi alleati andavano per le lunghe, nell'aprile tornò alla testa delle truppe, come sempre da solo, pur rendendosi conto di non vederci chiaro nel futuro <<Non ho più nè fieno nè soldi... Sono al termine del lupo che la fame caccia dal bosco>>, scriveva al duca di Modena, che anche- lui faceva l'amico ma nicchiava peggio dei colleghi. La guerra si trascinò, gli scontri e i passaggi degli eserciti danneggiarono seriamente le popolazioni senza che ne venisse fuori una soluzione convincente. A quel punto si rifece viva l'influenza francese, con intervento del successore di Richelieu, il cardinale Mazzarino, che il 31 marzo 1644 chiamò intomo al tavolo della pace i belligeranti. Il papa assolse il duca dalla scomunica e si obbligò a restituirgli il ducato di Castro.

Era andata anche bene allo smodato Odoardo, che tuttavia ebbe un tempo relativo per goderne. Nella primavera del '44 festeggiò lo sboccio della pace e organizzò nella piazza di Piacenza, davanti alle belle statue di Alessandro e Ranuccio I a cavallo, terminate nel '29 da Francesco Mochi, un torneo equestre vivente, Le risse pacificate di Cupido, ideato da Bernardo Morando, letterato-regista. Lo stesso Morando diede saggio della sua esperienza nel marzo del '46 anche in altri festeggiamenti, che furono gli ultimi ai quali Odoardo partecipò, in quanto venne meno improvvisamente nel settembre, a soli trentaquattro anni, sempre a Piacenza, dove preferiva soggiornare. Nell'estate erano morte la sorella Maria, duchessa di Modena, e la madre Margherita Aldobrandini.

Ranuccio II Ranuccio II

Ranuccio

Sarebbe toccato al figlio Ranuccio II il govemo, ma non era in età. Trascorsero due anni di reggenza dello zio cardinale Francesco Maria e della madre. A diciott'anni il Farnese ebbe il trono. Una volta lassù, seppe abilmente resistere a pressioni e lusinghe del super cardinale Mazzarino, vale a dire si conservò neutrale in mezzo a Francia e Spagna. Nondimeno qualche concessione dovette inghiottirla e permise il passaggio a tutti gli eserciti, con rinnovato danno alle nostre popolazioni.

Gli rimaneva poi pendente l'affare di Castro. Il duca si sentì accusare d'aver commissionato l'uccisione di fra Cristoforo Giorda, eletto vescovo di Castro da papa Innocenzo X. Nel luglio 1649, a sostegno dei diritti dei creditori, le truppe papali strinsero d'assedio la cittadina, che resistè valorosamente fino al 2 settembre, quando capitolò e venne rasa al suolo senza appello. Frattanto Ranuccio raccoglieva un esercito, di cui affidò il comando a Jacopo Gaufrido, gia eletto segretario di Stato da Odoardo. Nell'agosto del '49 le truppe farnesiane ricevettero una terribile sconfitta nel bolognese. Gaufrido se la diede a gambe, ma gli toccò l'arresto. Innocenzo X dichiarò che non avrebbe fatto pace se l'ex-comandante non fosse finito sotto processo. Il Gaufrido. condannato come reo di falso. di violazione dell'immunità ecclesiastica, di violenze perpetrate nello Stato della Chiesa, contro il volere del duca, e di lesa maestà, fu giustiziato l'8 gennaio 1650. Un capro espiatorio immolato sull'altare della Chiesa romana, quello riservato agli interessi del mondo, nonostante Lutero.

Col pagamento di una vita umana, oltre alle vittime della guerra, la dovuta quantità di carne da cannone, il debito non era ancora saldato. Rimaneva da riscattare, entro otto anni, il feudo di Castro, previo pagamento in moneta. Trascorsi gli otto anni, nel 1657, Ranuccio Il non aveva disponibile che una parte modesta della somma necessaria al riscatto, e si rivolse senza successo al papa Alessandro VII. La pace dei Pirenei tra la Francia e la Spagna (1659) portò una clausola per cui le due potenze contraenti s'impegnavano a ottenere dal papa una proroga del riscatto, altri otto anni, e il pagamento in diverse rate, sborsando anche in due rate più d'un milione e mezzo di scudi. Il vantaggio era accettabile, ma stavolta il duca doveva trovare i soldi nel tempo richiesto. Eccolo dunque a setacciare ricchi e poveri, a contrarre mutui con forestieri, mediante cauzione sui beni e sui redditi dei principali Comuni. Ma quando, nel gennaio 1666, inviò a Roma il suo agente e procuratore Giulio Platoni, insieme ad alcuni computisti e notai, per il versamento di 814.865 scudi in oro e argento, i commissari della Camera apostolica respinsero il contante. Il riscatto veniva ignorato: Castro di per sè non rappresentava piu un problema, anche perchè la Francia se ne disinteressava totalmente.

Umiliato il duca di Parma rimase a orecchie basse e avendo disponibile la somma rifiutata, nel 1632 acquistò da Gianandrea Doria Landi il principato di Bardi e Compiano, al prezzo di 120.714 ducatoni. Un prezzo buono, per una zona che di più non valeva, e che era ben poco rispetto al ducato riassorbito dal papa. Tuttavia Ranuccio due compiva in tal modo l'opera iniziata dai suoi predecessori contro i grandi feudatari. Unifcando lo Stato, nella sua forma definitiva, difese altresì i confini, oggetto di controversie specie verso la Toscana.

Negli ultimi anni di regno, durante la dura contesa tra la Francia e il Duca Vittorio Amedeo II di Savoia, che aveva aderito alla lega d'Augusta ed era appoggiato dagli imperiali condotti dal principe Eugenio di Savoia, il ducato parmense fu invaso dalle truppe imperiali, sorta di cavallette. Ogni tributo straordinario ricadeva solo sulle terre di proprietà dei laici, mentre rimanevano esenti quelle numerosissime di proprietà ecclesiastica. Ranuccio II scriveva in merito al presidente della Camera ducale, esprimendo il proprio disappunto.

Schiacciato da una pinguedine forse la maggiore della dinastia, morì quasi d'improvviso la notte dell' 11 dicembre 1694. Il giudizio dei contemporanei fu in genere benevolo, anche se oggi prenderebbe un diverso colore, considerando il contrasto fra il menage allegro della corte e le reali condizioni di salute del ducato con gli annessi del debito estero. L'entourage della famiglia regnante era composto di venti gentiluomini di camera con salario, trenta camerieri segreti, venticinque nobili paggi, e buon numero di cappellani, musici, lacchè, buffoni, corrieri, corazzieri alemanni, guardie del corpo. Il loro mantenimento imponeva tasse al sale, al numero delle finestre, alla carta bollata. Mentre le feste e il lusso della corte prosciugavano il già misero erario, il duca pretendeva dai sudditi costumi morigerati ed economia all'osso. In fatto di religione era molto rigido e dai numerosi cortigiani <<esigea la frequenza dei sacramenti con tanta cura che la corte sembrava un'ampia casa di religiosi osservanti>>, come osserva a sua volta il Drei. Il clero aumentò: quindici i conventi con 472 frati e altri ventiquattro con 453 suore; una settantina le chiese, oltre a quelle di congregazioni, societa religiose e privati.

Sulla vita pubblica Ranuccio lanciava frequenti messaggi: divieti delle maschere in carnevale, dei balli dei suoni, per i quali occorreva una licenza, e del gioco della zara; nell 'ultimo anno di vita pubblicava una lunga particolareggiata prammatica per limitare il lusso delle vesti e l'uso delle gioie, illudendosi di porre un freno alle rovinose spese delle famiglie ricche, le quali poi seguivano il suo esempio. Ebbe fama comunque, abbiamo letto, di signore illuminato e tollerante. In effetti emana dei provvedimenti piuttosto saggi, considerate le modeste condizioni economiche dei sudditi. Per contenere la disoccupazione operaia, vietò con pene severe che le sete non lavorate uscissero dallo Stato. Nel 1648 trasformò l'ufficio comunitativo, detto dell'Abbondanza, in Congregazione, per meglio provvedere agli alimenti del popolo, una provvidenza ostacolata dalle frequenti carestie, come dalI'ostruzionismo dei ceti privilegiati. Il nuovo ente istituì un ammasso per la distribuzione di grano e farina ai fornai: in questo periodo s'introdusse nel ducato il mais, la melica. che nel secolo seguente diventera basilare, ahime troppo, nell'alimentazione contadina. Come funzione secondaria aveva l'assistenza ai mendicanti e più tardi fu ordinato che a Piacenza gli oziosi e i giovani vagabondi fossero impiegati a lavorare in un <<nuovo filatoio>>, aperto nel 1693.

Fra le altre provvidenze pubbliche, una novità nell''ordinamento giudiziario: un magistrato, il Visitatore generale, con l'incarico di <<rivedere e ponderare tutte le operazioni di qualsivoglia ministro di giustizia>>, aI quale poteva rivolgersi chiunque si ritenesse danneggiato in qualche causa, inoltre un'ordinanza per la sollecita conclusione dei processi, anche allora interminabili. Massima severità coi ladri, i vagabondi, i falsari di monete, i <<birbanti>>

Altri provvedimenti per riparare i gravi danni causati alla popolazione dalla grande inondazione del Po nell'autunno del 1654. Riformato l'estimo rurale di Piacenza (1647), Ranuccio dispose più tardi la misurazione del territorio (1691), emise vari bandi per incrementare la bonifica dei terreni. mentre una grida del settembre 1684 ordinava <<ai signori di sciogliere da ogni obbligo i servi della gleba>>. Favorì le industrie e il commercio, concesse a certo Giuseppe della Rovere il privilegio della lavorazionedei drappi di seta a Piacenza (1662) e riuscì a richiamare in quella città le note fiere da più anni soppresse. Nel 1678, istituì in Parma e Piacenza gli archivi pubblici, dove era obbligo depositare le scritture e gli atti notarili. I Farnese inoltre si misero in concorrenza coi Lardi nelle ricerche minerarie. Le prime ricerche petrolifere nel territorio piacentino sono del 1691, quando il cortigiano Bernardo Morandi conte di Montechiaro rintracciava nelle sue terre una ricca vena di <<olio di pietra>>; altre vene erano scoperte nel parmigiano, a Marano e a Monticelli.

Nel settore cultura rivolse varie cure all'Università e al Collegio dei nobili, scuole prestigiose doe insegnarono ottimi cervelli. Nel collegio nobiliare fondò l'Accademia degli Scelti, che diede bella prova di sè anche nel genere drammatico. Altra Accademia, detta degli Elevati, si formo' nell'abbazia benedettina, centro di cultura produttivo: basta ricordare gli storici Vittorio Siri e Benedetto Bacchini. Infine il duca, appassionatissimo di musica, ebbe al suo servizio celebri cantanti, ballerini e strumentisti, e fu un promotore di musica e spettacolo. Nel 1688 tagliò il nastro di un nuovo Teatro Ducale, più pratico dell'antico Farnese in Pilotta, che infatti si apriva soltanto nelle solennità. Fra le manifestazioni nel Teatro della Pilotta, degni di citazione gli splendidi festeggiamenti allestiti nel maggio 1690, alle nozze del principe Odoardo, primogenito del duca, con Dorotea Sofia Wittelsbach di Neuburg, figlia di Filippo Guglielmo, elettore palatino del Reno. Per la gran folla di principi e nobili accorsa da ogni parte venne rappresentato il <<dramma fantastico musicale>> Il favore dgli Dei oltre ai soliti fuochi d'artificio, illuminazioni, feste danzanti, caroselli, addobbi e conviti. Nella peschiera del giardino, più di centocinquanta metri di diametro, scavata in pochi mesi da migliaia di terrazzieri, si sciacquò la grandiosa naumachia Le glorie d'amore con musica e carole anche sulle barche, naturalmente abbigliate per la parata vogante. Ogni dettaglio, rifinito all'eccesso, applaudito a scena aperta. Unico neo, Ranuccio, non riuscendo a fronteggiare le ingenti spese, chiedeva ai piacentini un presito di certomila scudi d'argento.

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