Al servizio della Corte arriva pure quel bizzarro inventore di fantasiose grottesche che e' Cesare Baglioni, che decorerà le signorili dimore delle più illustri famiglie, dal castello di Torrechiara degli Sforza di Santa Fiora a quelli di San Secondo dei Rossi, di Soragna dei Meli Lupi, di Sala Baganza dei Sanvitale, di Montechiarugolo dei Torelli.
Il Baglioni è rapido a recepire nei paesaggi la lezione dei fiamminghi giunti a Parma fin dal 1563 tramite Margherita d'Asburgo moglie del duca Ottavio, figlia naturale di Carlo V e quindi sorella di Filippo II che nel 1559 la mandò a governare i Paesi Bassi. L'influenza di questi artisti, e soprattutto del Soens, e' avvertibile in gran parte delle opere realizzate a Parma fino alla fine del Cinquecento.
Bologna è un centro culturale vitalissimo nel quale coi Carracci si compie il passaggio dall'artificiosità manieristica al naturalismo controriformistico, teorizzat dal Cardinal Paleotti. E da Roma, dove si sono trasferiti Annibale e Agostino Carracci per affrescare Palazzo Farnese, il duca Ranuccio nel 1599, chiama a Parma Agostino per proseguire la decorazione del piano nobile del Palazzo del Giardino. Il bolognese affronta il tema dell'amore vittorioso con la storia di Teti e Peleo descritta con pacato classicismo. Purtroppo Agostino muore lasciando incompiuta la stanza che otto decenni più tardi sara' completata dall'aggraziato, morbido, luminoso pennello di Carlo Cigni. Altri bolognesi in precedenza erano stati chiamati a Corte, da Alessandro Tiarini (che la sorella del duca Ranuccio, Margherita, ritiratasi tra le benedettine dopo esser stata ripudiata dal marito Vincenzo Gonzaga, farà dipingere in Sant'Alessandro) a Lionello Spada, ad Andrea Seghizzi, a Girolamo Curti col quadraturista Angelo: Michele Colonna, insieme ai modenesi Ingoni, Schedoni e Gavasetti, al cremonese Malosso, al cappuccino Cosimo Piazza.
La scuola parmigiana, scomparsi i più abili interpreti del raffinato manierismo parmigianinesco (Gerolamo Bedoli Mazzola nel 1569 e Jacopo Bertoia nel 1574), comincia a rielaborare la lezione correggesca, anche se con una certa difficoltà, magari tentando una sintesi tra i due sommi maestri, come fanno Innocenzo Martini e Giulio Cesare Amidano. Nella cupola della chiesa delle Cappuccine in via Farini il Tinti (1588-92) cerca di imprimere al complesso degli angeli e dei santi che legano la Vergine a Dio Padre un certo moto tramite i movimenti eseguiti dalle singole figure, mentre nella cupola della Steccata (1560) del cremonese Bernardino Gatti i personaggi sono tutti bloccati in una rigidità "romana".
La dinamicità faticata del Tinti trova un significativo sviluppo in Pier Antonio Bernabei, autore delle cupole di Santa Maria dei Servi (1612) e di Santa Maria del Quartiere (1626-29), nonchè del soffitto, insieme al fratello Alessandro, della chiesa delle Cappuccine (1620-29). Pier Antonio, inoltre, si richiama espressamente al Correggio della cupola del Duomo in molti personaggi e negli angeli. Un altro parmigiano, invece, Giovanni Lanfranco, lascia presto il ducato - imitato da Sisto Badalocchio - per aggregarsi ai bolognesi di Roma e porta nella capitale della cristianità l'apertura luminosa e illimitata del Correggio nella cupola di Sant'Andrea della Valle (1625).
Dopo la peste del 1630, I'arte figurativa riprende con le minuziose descrizioni di Giavanni Maria Conti che affresca la chiesa e la cupola di Santa Croce (1634-38) e più tardi l'oratorio di Sant'Ilario. I teatini per Santa Cristina chiamano il loro confratello Filippo Maria Galletti che introduce accenti toscani.
Il linuaggio tumultuoso e coinvolgente del barocco arriva da Genova con le guizzanti accensioni di Gian Battista Merano (1684-87) in San Giovanni) da Bologna can gli illusori sfondati architettonici del Colonna e dell'Aldrovandini (San Giovanni), del Natali (Certosa di via Mantova, S. Alessandro, S. Maria delle Grazie) e soprattutto di Ferdinando Galli Bibiena, l'inventore della "prospettiva per angolo" che si diffonderà in tutta Luropa, il quale lavora per la Corte a Parma e a Colorno (disegnando anche fantasmagoriche e rutilanti scenografie per gli stupefacenti spettacoli teatrali) e per molte famiglie nobili; da Firenze con la diafana levità e morbosa vibratilità di Sebastiano Galeotti (Duomo, Certosa, Santa Maria delle Grazie, Palazzo Pallavicino, Palazzo Sanvitale).
Tra i parmigiani eccelle Alessandro Baratta che affresca festosamente le volte della navata di Santa Lucia e della cappella di San Giuseppe in Santa Croce e partecipa alla decorazione della Certosa di via Mantova, di Santa Cristina, di Santa Maria del Quartiere e di una cappella del Duomo.
Le grandi cerimonie di Corte vengono documentate da Ilario Spolverini, ritrattista ufficiale della nobiltà insieme a Giovanni Maria delle Piane, il Mulinaretto, e Felice Boselli. Ma le difficili condizioni economiche del ducato condizionano pesantemente anche la vita artistica. L'estinzione della famiglia Farnese, poi, con la morte (1731) dell'ultimo duca, Antonio, senza eredi e la guerra per la successione polacca bloccano fino al 1749 la città e di conseguenza si impoverisce l' attività culturale, che tornerà a rifiorire invece rigogliosamente nella seconda parte del secolo sotto la spinta dei Borbone e dei pensatori e artisti provenienti dalla Francia.
Pier Paolo Mendogni