Mecenatismo farnesiano

Rimanevano le creazioni d'arte che almeno si produssero sotto gli occhi dei Farnese, in parte testimoni e in parte responsabili delle scelte. Tra il 1570 e il '73 si collocano al Palazzo ducale del giardino le visioni ariostesche in chiave tardomanierista di Girolamo Mirola e Jacopo Zanguidi detto il Bertoja, attraenti epigoni del Parmigianino, contagiati dalla fantasia di affreschi come nell'oratorio della Concezione di un Michelangelo Anselmi (1491-1554), che a suo tempo aveva saggiato a Roma le maniere di Sodoma e Beccafumi. Bertoja fa baciare coppie di danzatori, che fanno tutt'uno con l'orchestra, e storie di dame e cavalieri tra colonne di cristallo trasparente, sbarre di prigioni dei sogni: pittura dispensatrice di giovinezza, la più aerea del palazzo che in altre sale concede trattenimenti più incarnati (Agostino Carracci, 1557-1602), accademico-storici (Giovan Battista Trotti detto il Molosso, 1559-1619), o al solito mitologico-erotici piuttosto innocenti di Paolo Cignani (1628-1719) che anticipiamo, per non dividere a pezzi lo stabile, benchè ormai riuniti alla delicata Arcadia settecentesca.

Segnano il passaggio dal tardo manierismo al barocco, nel 1560 la chiesa di San Quintino (architetto Fornovo), quella di Santa Maria degli Angeli (architetto Gian Francesco Testa), con affreschi di Giovan Battista Tinti tra il 158X-89, dove gli angioletti osannano Maria facendo musica sottocupola in un silenzioso fracasso; infine la trasformazione di Sant'Alessandro per intervento di Giovan Battista Magnani nel 1622.

Chi entra nello stand barocco, cosi rigoglioso anche a Parma, solleva non senza comprensibile curiosita i drappeggi che panneggiano strane gioie di morte nei sontuosi stucchi di San Vitale, 1666-1669, composti da Luca e proseguiti da Leonardo e Domenico Reti (quest'ultimo fece del suo meglio a merlettare l'Oratorio dei Rossi). E alza gli occhi ai numerosi affreschi che popolano le chiese: nei Servi di Maria (eseguii da Pier Antonio Bernabei nel 1612-13); in Santa Cristina, per mano del teatino Filippo Maria Galletti (vissuto fra il 1636 e il 17141 e di Alessandro Baratta (vissuto tra il 1637 e il 1714), insieme anche a Santa Lucia e a San Quintino; in Santa Croce, con Gian Maria Conti tl637), che abbiamo intravisto parlando di cappelle musicali, e che lavorò anche a Sant'Ilario; infine in Santa Maria delle Grazie (Sebastiano Galeotti, 1676-1746).

Il rifacimento della facciata di San Giovanni (inizio del secolo XVIl), con l'aggiunta di statue, trovera echi, a metà del secolo, in San Bartolomeo, San Vitale e più avanti in Santa Lucia (Mauro Oddi, 1639-1702, che farà coronare di decorazioni scultoree la Steccata), e in San Tiburzio. L'avvento a Parma di Ferdinando Galli Bibiena tl657-1743 determinò il proliferare del gusto scenografico della pittura di prospettiva. Esempi ne restano in vari edifici: l'antica Certosa di via Mantova (anch'essa menzionata per figure di musica), con spettacolari quadrature di Alessandro Baratta e Ilario Spolverini (1657-1734); le chiese di San Sepolcro, Santa Cristina, per dire le maggiori, mentre lo stesso Bibiena firma uno stupendo esempio di grazia e raffinatezza rococò in Sant'Antonio Abate. Il fatto ci spinge a rammentare l'ultimo campione barocchetto, a metà del XVIII secolo (1737-1754),SanRocco dei gesuiti, proGettato dal bolognese Alfonso Torreggiani, che seguiva le orme di Carlo Francesco Dotti.

Tra i pittori, attivo ancora tra il 1720-22 nella Certosa di via Mantova, Giacomo Boni, che operò anche in San Giovanni. Ma qualcosa dobbiamo aggiungere di Spolverini, avvincente cronista retrospettivo di battaglie e storiche mondanità, illustratore fra il 1715 e il 1722 della naumachia giocata nella peschiera del Parco ducale per festeggiare le nozze fra Odoardo Farnese nipote e Dorotea Sofia di Neuburg (1690). il convito nuziale di Elisabetta Farnese e il corteo che accompagnò costei in visita a Borgotaro (1714).

Interessanti anche gli intagliatori, che continuarono la tradizione cosi' viva a Parma dai secoli XV e XVI, in particolare nella sagrestia nobile della Steccata (databile 1665-66): Giovan Battista Mascheroni, Paolo Rottini e Rinaldo Torra, mentre al coro, alle cantorie e alla cassa dell'organo, intagli e decorazioni dipinte di Pietro Rubini (1700-1765).

Veduta Teatro farnese

Nell'attività teatrale. dove la perizia dei pittori scenografi veniva a confondersi col nobile ordine dei suoni, già abbiamo messo il Teatro Farnese della Pilotta, inaugurato nel 1628 (nozze Medici-Farnese) con le musiche di Claudio Monteverdi, composte per gli intermedi dell'Aminta di Torquato Tasso e per il torneo regale Merculio e Marte, testo del marinista bolognese Claudio Achillini, lettor sopraeminente all'Università e munito di funzioni ufficiali a corte. Le musiche sono andate perdute, ma diedero il loro da fare al sommo compositore, il quale si trovò prima di tutto a risolvere grossi problemi di acustica ambientale: sarà cosa cauta, I'andar a vedere il Theatro in Parma per poterli applicare più che sia possibile le proprie armonie decenti al gran sito, che non sarà così facil cosa (secondo me) il concertar le molte et variate orationi che veggo in tali Interrnedi, scriveva con qualche preoccupazione Monteverdi. E infatti venne a Parma, da Venezia, per trovare un compromesso adeguato. Si trattava anche di riparare gli strumentisti, divisi in cinque Chori, dalla inondazione del teatro prevista per il torneo. La manifestazione riuscì a tutto tondo, animata dalla divinità del canto di Settimia Caccini e dalla bravura quasi analoga del suo collega Loreto Vittori. Altro momento celebre e citato il 1690 col dramma-fantasia ll favore degli Dei, poesia di Aurelio Aureli, musica di Bernardo Sabadini. Nel cast, una collezione di celebri voci: Barbara Riccioni (detta la Romanina), Domenico Cecchi {detto il Cortona), Giovanni Francesco Grossi (detto Siface), Valentino Urbani, Francesco Pistocchi (detto il Pistocchino); scenografo principale Ferdinando Galli Bibiena, che qui collaborava col fratello Francesco. Oltre ai Bibiena vanno ricordati i fratelli Mauro (Domenico, Gaspare e Pietro), maestri anch'essi dell'illusione scenica, e il costumista Ga- spare Torelli.

Varie rappresentazioni si svolsero in teatri più piccoli, come nei due al Collegio dei nobili, quello della Racchetta e l'altro della Pilotta edificato nel 1689. Più usato di tutti sarà il Teatro Ducale, eretto per volontà di Ranuccio II e demolito nel 1829 quando si costruirà, con Maria Luigia, il nuovo e più ampio Teatro Ducale, poi Regio, oggi esistente. Il primo Ducale ebbe la sua inaugurazione nel 1688 con Teseo in Atene, libretto del veneziano Aurelio Aureli, musica attribuita a Bernardo Sabadini; questi l'anno successivo metterà in scena il primo dramma giocoso rappresentato a Parma, Amor spesso inganna, sempre su libretto di Aureli. Sabadini figurava tra i componenti della cappella, ma negli anni fra il 1680 e il 1690 produsse con facilità un numero notevole di lavori teatrali (ormai la carriera di successo non si faceva soltanto in cantoria). Musico di cappella molto più significativo, Marco Marazzoli detto dell'Arpa, che nacque e si educò a Parma, anche se la sua affermazione avvenne a Roma, dove collaborò a metà del secolo con Virgilio Mazzocchi e il cardinale Rospigliosi nella seconda fase dell'evoluzione operistica. Il genere, il melodramma vero e proprio, era stato introdotto a Parma da Francesco Manelli con La Licasta, rappresentata al Collegio dei nobili nel 1664: una data che risulta in forte ritardo sulla diffusione dell'opera nel territorio nazionale. I parmigiani non furono dunque dei promotori precoci nei confronti di quella forma di spettacolo per la quale nutriranno una vera fanatica passione.

Oltre agli operisti locali o assunti dalla ducal casa, Policci, Sabadini, Geminiano Giacomelli, Giovanni Maria Capelli, Francesco Zilioli Poncini, coi quali arriviamo ormai alla metà Settecento la cronologia del ducale teatro dimostra un'attenzione vivissima per quasi tutti gli operisti italiani (con qualche eccezione anche per i forestieri) in voga tra la fine del Seicento e tutto il Settecento, del quale ultimo parleremo a suo tempo.

Giustamente il Gallico segnala, all'interno del fervore teatrale, I'importanza assunta dalla librettistica parmense, una vera e propria linea iniziata con l'Achillini, proseguita dal pavese Alessandro Guidi, che dimorò a Parma un lungo periodo, prima di trasferirsi a Roma, nel 1685, presso la dorata monarchia poetica dell'ex regina Cristina di Svezia; quindi l'Aureli, e infine, assunto dalla corte farnesiana nel 1725, il genovese Frugoni, arcade col nome di Comante Eginetico, che ci è stato gia' presentato. Responsabile in prima persona di una riforma teatrale a suo modo considerevole, egli doveva però attendere per questo una più libera circolazione di idee proveniente dalla Francia, e in quel momento lo osserveremo.

Restando all'organizzazione musicale pura, si distinguono sempre nell'esercizio parmense i complessi di esecutori. L'istituzione, nel 1702, della <<Compagnia (Guardia) militare irlandese>> - cornamuse, oboi e fagotti - contribuì non poco a formare dinastie di <<legni>> poi ramificate, come negli strumenti ad arco, fino avanti, ai secoli successivi, anche se la Compagnia fu sciolta dopo una trentina d'anni di attività. Qualche caso emblematico. Cristoforo Besozzi (1661-1725), capostipite di una genealogia soprattutto di oboisti, fu in pianta stabile alla Guardia irlandese dal 1711; dei figli, Alessandro, oboista e compositore (1702-1793), ebbe grande importanza come virtuoso e didatta (anche di canto) a Torino (dove collaborò con Gaetano Pugnani e ricevette la visita di Mozart), nonchè a Parigi, dove suonò ai <<Concerts spirituels>> nel '35, col fratello Paolo Girolamo (1704-1778), fagottista e oboista. Gaetano, nipote, 1725-1798, oboista, che fu il primo dei Besozzi a stabilirsi in Francia e, dopo la rivoluzione, a Londra: a quanto si sa era considerato un artista di altissimo livello, per la delicatezza del suono e delle sfumature oltre che per la tenuta dei fiati.

Tanto riguardo ai suoni manifestato dai signori di Parma faceva il giro dei compositori italiani. Si infittivano gli autori che dedicavano le loro opere ai principi della casa Farnese, da Sigismondo d'India a Filippo Vitali, Maurizio Cazzati, Tomaso Vitali, Domenico Mazzocchi, Marco da Gagliano, Fabrizio Caroso, per dire solo i piu rinomati. La musica recava sollievo nelle <<superbe stanze>>, distraeva dalla tracotanza delle cose politiche e militari e si distingueva dagli altri divertimenti perche' ne evitava gli eccessi. Pur così sensuale, la musica era un'arte della piu' rarefatta materia che si opponeva per sua natura all'ingordigia opulenta di coloro che credono di aver tutto. Le tavolate dipinte da Felice Boselli, a memoria di quelle stratificazioni alimentari dove affogava la virtù del buongustaio, erano un esempio di ciò che la musica superava con la sua mancanza di peso concreto. E questa superiorità forse si impose qui dall'epoca farnesiana e ne rimase una costante per i tempi avvenire. Spesso i parmigiani metteranno in gara la musica con l'infatuazione del sesso e, più ancora, del cibo, ma sapranno valutare dove finisce il piacere e comincia la sublimazione.

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