IL TERRITORIO LATENTE
IL TORRENTE
Parma è tagliata in due dal torrente omonimo che, appena prima di entrare nel cuore del centro storico, riceve le acque dell'affluente Baganza. Questa della confluenza, è un'area naturalistica di suggestiva bellezza in piena città, occasione affascinante di ricucire lungo un unico asse gli episodi di verde esistenti, siano parchi antichi o recenti, riserve naturali o oasi faunistiche, dalle colline al Po. Si tratta di proporre un’ipotesi che, in linea con un’aggiornata visione del parco come luogo delle istanze formali ma anche di tutela della biodiversità, integri le esigenze della città e della natura. In altri termini, è necessario individuare i modi per garantire il fragile equilibrio faunistico e ambientale della striscia verde, senza sacrificarne totalmente la fruibilità da parte dell’uomo. Le idee spaziano dai percorsi di osservazione naturalistica, alle zone di accesso regolato, ai tracciati vincolati. Anche il tratto centrale cittadino del greto, potrebbe divenire il perno della circolazione non motorizzata, agganciato alla rete stradale attraverso rampe dislocate opportunamente. Così, dopo il degrado e l'abbandono degli ultimi decenni con tanto di piratesche escavazioni e discariche abusive nelle aste golenali fuori città, e dopo la disattenzione urbanistica verso quelle dentro la città, è ora di tornare a pensare il torrente come un luogo ricco di valori, a fianco del quale sarebbe affascinante riscoprire eccezionali episodi monumentali come quello del Ponte di Pietra, costruito sotto Augusto, ripristinato sotto Teodorico e rimasto interrato con la rovinosa alluvione del 1177 che spostò a ovest l’alveo del torrente Parma. Da allora l'antico ponte in secca, che un tempo dava continuità al tracciato della via Emilia in città, è servito come rampa d'accesso al nuovo viadotto medievale, poi rifatto dai Farnese. E oggi esiste ancora sotto il pavé della parte inclinata di via Mazzini, verso piazza Garibaldi, come dimostrano i rilievi stratigrafici in esposizione, eseguiti durante alcuni scavi dei decenni scorsi, sia emerso il manufatto antico integro dal torrente fino all’incrocio di via Oberdan.. Un ponte latente, dunque, ma ben più recuperabile alla vita cittadina - sosteniamo - di quanto lo sono oggi le uniche due arcate visibili sottosuolo.



E' singolare che la più vistosa delle aree che si possono definire latenti, a Parma, stia proprio nel bel mezzo della città, sotto gli occhi di tutti.

E' il nastro del torrente, che appunto spacca in due l'abitato, con le sue fasce golenali su cui limi alluvionali e cespugli hanno coperto le ghiaie assolate raccontate dalle foto di inizio secolo (1.5); e su cui addirittura prolifera una densa boscaglia di salici, pioppi, robinie. Un corso d'acqua a regime mutevole, che alterna le piene tumultuose della stagione invernale alle desolate secche estive. (1.2,1.3,1.4)

"Come capitale le competeva un fiume, a Parma, ma siccome è una piccola capitale le è toccato un torrente, spesso asciutto" commenta affettuoso e ironico Attilio Bertolucci (Dai Portici di Parma).

Come appare oggi, infatti, l'ambito territoriale definito dalla presenza dei torrenti Parma e Baganza ? (1.6).

Come nei mesi estivi, col greto asciutto, si potrebbe convincere il turista, finanche il cittadino parmigiano, che si trova al cospetto di un corso d'acqua, elemento cardine di un auspicabile recupero della naturalità diffusa, così pregevole perchè arricchito lungo il suo percorso da presenze storiche e architettoniche tra cui la città stessa?

Il torrente Parma presenta, in effetti, un aspetto del tutto differente tra nord e sud. A monte, ovvero a sud, il letto del torrente è in massima parte ghiaioso (1.9); i margini della sua presenza sono così incerti nel territorio che nel corso dei secoli non si sono neppure costruiti gli argini (1.10). Sono le strade che scorrono parallele al corso del torrente in direzione nord-sud a costituirsi come limite fisico, una sorta di argine basso, certo più indeterminato di quanto accade invece a nord, a valle verso il Po, dove il Parma diventa quasi un canale, racchiuso tra argini alti sulla campagna (1.7, 1.8).

L'imbuto che si è configurato all'altezza del centro abitato ha reso la città vulnerabile all'impetuosità stagionale del torrente. (1.11, 1.12)

Non è infatti superata la diffidenza per il torrente, motivata dalla memoria di disastrose piene alluvionali: dal 1177, quando una leggendaria piena deviò il corso del torrente, - lasciando segni che ancora si ritrovano nell'attuale configurazione urbana - al 1868, secondo la cronaca pittorica e le fotografie di Guido Carmignani. (1.13, 1.14, 1.15)

Ma il timore delle piene non ha impedito che nel corso dei secoli si svolgessero attività diversificate entro le aree golenali; attività legate ad una produttività povera, come l'escavazione dei ciotoli per l'edilizia (1.20).

Così il greto si moltiplicava nei selciati stradali; e, come ribaltato, a riempire i muri delle case. Era la tecnica "a sacco": due fodere di mattoni, costipate appunto di ciotoli più o meno legate dalla malta.

Nella città dall'economia ancora rurale il greto veniva usato come un grande "cortile", aperto al pascolo per gli animali; o dove fare il bucato, o bagnarsi. Esistono anche notizie di eventi collettivi quali tornei cavallereschi, che hanno sempre coinvolto ingenti quantità di persone.

I dipinti e gli antichi disegni della Raccolta Sanseverini, (1.16-1.19) raccontano una confidenza attiva tra i cittadini parmigiani e il loro torrente, una confidenza oggi per varie ragioni in gran parte perduta (1.21-1.25).

Oggi osserviamo come il valore d'uso che i cittadini parmigiani attribuiscono al torrente sia andato via via diminuendo. La città non poteva non tenere conto del torrente, perchè ivi sorse, in corrispondenza di un guado; e attraversare quel guado costituì per lungo tempo un vantaggio per chi deteneva il possesso dei ponti e un limite per chi a quel possesso doveva sottostare.

All'evoluzione territoriale della politica e del potere che spostava altrove i confini oggetto di quella disputa, corrispondeva una differente concezione del rapporto della città con il suo torrente, che si è stabilizzata, nella sua ultima immagine sedimentata, nella configurazione di stampo ottocentesco dei lungoParma: luoghi di viabilità urbana e di passeggio contemplativo verso un panorama "naturale".

Il lento processo di restringimento dell'alveo e di appropriazione edificatoria degli spazi golenali (1.26-1.30)ha coinciso con il declino delle attività che esso ha sempre favorito, fino alla loro pressoché totale scomparsa.

Dall'inizio del XIX secolo il bisogno di individuare ulteriori spazi al centro della città completa quella sottrazione delle aree golenali che, in crescendo, proseguirà per tutto il secolo.

Attorno al 1820 infatti si spianano le golene per infrastrutture pubbliche vistose, quali il Campo di Marte, il Foro Boario, il Macello. All'inizio di questo secolo lo stesso letto del torrente viene ristretto, ridotto entro alti muri, i lungoparma appunto, che consegnano alla città un profilo continuo, corollario di ben appetibili terreni fabbricabili.

Assieme alla demolizione delle mura urbiche, la costruzione dei viali lungo il torrente costituisce appunto la più importante trasformazione cui la città sia stata sottoposta negli ultimi due secoli.

Il nuovo affaccio del costruito sul fiume, con il limite imposto dai viali di sponda destra, cancella definitivamente la continuità fisica tra città e greto (1.36-1.40).

L'operazione ipotizzata già nel 1870 da Sante Bergamaschi (1.31-1.35), sui cui disegni si leggono a matita i tratti della futura trasformazione, trova nella volontà politica di inizio secolo la forza per concretizzarsi. L'assetto che abbiamo ereditato si appresta oggi ad essere riconsiderato per recuperare un possibile dialogo di tipo naturalistico con il torrente.

Le due ragioni possono essere individuate così: la prima a supporto di chi intende valutare un'ipotesi di recupero del territorio relativo ai torrenti, perchè la collettività possa accedere ad un uso non esclusivamente "abusivistico" delle rive, ma ricreativo e, quindi, più ampiamente culturale. La seconda in appoggio al suggetivo punto di vista ambientalista, che spostando la consuetudine del nostro sguardo, ci porta ad osservare come la natura si stia appropriando in maniera inaspettata di alcuni luoghi che la maggior parte di noi è portata a considerare degradati.

Ecco che, pertanto, lo stesso ambiente viene letto in abbandono e urgentemente bisognoso di interventi risanatori da un lato, e in uno stato di fatto ottimale a cui non apportare alcuno - o limitatissimo - cambiamento dall'altro.

Di fatto, entrambe le posizioni ipotizzano un intervento , e questo è, dal nostro punto di vista, un atto del "progetto". Entrambe, infatti, propongono di attivarsi rispetto alla situazione attuale in conseguenza delle proprie considerazioni e motivazioni. Anche chi è portato a considerare la situazione attuale come "... già perfetta..." non può non rilevare che è il caso - un fortunato caso dal suo punto di vista - ad avere determinato lo stato di fatto, e che essendo il caso imprevedibile occorre assecondare perlomeno quanto è successo con opportuni interventi normativi che consentano a questa situazione di stabilizzarsi e di migliorare.

E' certamente una lettura interessante, contrapposta a quella di chi, secondo una ormai purtroppo estesa consuetudine, è portato a considerare quegli spazi come "terra di nessuno" e per conseguenza a non frequentarli, quando va bene, e ad occuparli con discariche, depositi e altro quando va male.

Ma l'osservare la compresenza di due atteggiamenti così distanti non ci esime dallo schierarci a favore di un recupero delle rive. Riconosciamo comunque che quello abusivista ha il suo fondamento in un progressivo rilassamento dell'attenzione della collettività - della Città quindi - verso il territorio del torrente, e che è questa disattenzione, che è al tempo stesso una disaffezione, che va combattuta.

Non è neppure giusto racchiudere sotto il più generale termine di "abusivo" ciò che abusivo non è. I nuovi insediamenti produttivi sconsideratamente costruiti in area golenale, gli impianti di escavazione, ma forse anche alcune discariche: potevano essere costruite senza che distratte commissioni concedessero l'autorizzazione?

Appena fuori dalla città, specie verso la collina, queste dissipazioni dell'ambiente e disattenzioni sono assai evidenti (1.42-1.43). Lo stato di abbandono del tratto a monte è più appariscente che altrove e la sola considerazione di cui pare godere l'area golenale è quella di luogo che non appartiene a nessuno e, per conseguenza, a disposizione di chiunque ne volesse approfittare. Res nullius: discariche ed immondezzai, magazzini improvvisati di materiali ingombranti difficilmente stoccabili altrove, depositi, altre aree impropriamente recintate. Insomma: tutto il catalogo dell'occupazione abusiva, con in più come sopradetto insediamenti produttivi incongrui: la fascia del torrente appare punteggiata da lacerazioni e squarci, come accennato nella carta del nostro pur sommario censimento (1.41).

Il torrente ricorre assai spesso sia nelle citazioni di letterati e artisti sia, addirittura come luogo comune, nella "mitologia" parmigiana. E' invece, più che latente, pressoché assente fino ad oggi sotto il profilo della considerazione urbanistica.

Eppure, la storia della città è declinabile attraverso il territorio che si rapporta al torrente, sia direttamente - come le espansioni delle residenze ducali tanto in direzione nord che sud - sia attraverso la mediazione dei canali e delle altre presenze che testimoniano lo svolgersi della vita e del lavoro nel corso dei secoli.

Anche se le attività più spiccatamente produttive, legate alla presenza dell'acqua, non attingono al torrente a causa della sua scarsa ed instabile portata idrica, ma lungo i canali, è pur vero che questi devono la loro origine alla presenza dell'altro. Magli, opifici, mulini, tutto il sistema produttivo fino alla prima età industriale si distribuisce lungo il corso dei canali Cinghio, Maggiore, Lorno, Galasso, Naviglio.

La "presenza" dell'acqua sembra essere il fulcro attrono a cui ruota il sistema territoriale che trova origine dal torrente. Tanto a sud, quanto a nord e in città, il territorio delle fasce golenali è evocativo di una situazione verso la quale nei punti più favorevoli ci si dispone - con argini, con rive, con i viali - ma che rimane attesa, e rimpianta più ancora che temuta, quando ad ogni estate si ripete il disagio del filo di corrente che prosciuga in acquitrini.

Per anni non si è attivata la manutenzione delle rive a sfavore di una pur debole volontà di accesso alla riva. Ma, appunto, la ridotta frequentazione ha protetto l'evoluzione della natura, ed effettivamente ciò che ad un primo sguardo, ad uno sguardo sostanzialmente non "educato", appare come un ambiente degradato dallo stato di abbandono, corrisponde a consolidate fasi di crescita di un bosco ripariale spontaneo. Non se ne sarà accorta forse una parte dei cittadini parmigiani, ma gli uccelli acquatici durante le migrazioni, sì. Anche a Parma, così come in moltissime altre città europee, i censimenti dell'ultimo decennio confermano l'inurbamento della fauna selvatica. Scrive nel saggio più oltre A. Cleri: "...numerosi uccelli acquatici, forse increduli quanto noi di fronte a boschetti ripariali così ben sviluppati, sono diventati abituali abitanti di una città che li rispetta...".

E d'altronde una tale presenza di naturalità nel costruito è straordinaria ed impagabile. Dato che è estremamente piacevole per otto-nove mesi l'anno, non solo contemplare dall'alto dei ponti le fasce d'acqua e di cespugli, ma anche scendervi e percorrerle, domandiamoci subito se riusciremo mai a conciliare il desiderio di chi vorrebbe riapproppriarsi di una sua parte di città, con l'aspirazione di coloro che puntano a sostenere un processo di stabilizzazione della natura "selvatica" in città.

Sulla liceità dell'utilizzo delle golene come luogo di passeggio, la polemica in città è molto accesa. Ma quasi da ogni parte si riconosce che è la medesima matrice - la disattenzione - ad avere favorito tanto gli aspetti positivi della rinaturalizzazione quanto quelli negativi dell'abusivismo. Il rispetto, in altre parole, non è un fatto consapevole ma coincide con una distrazione della collettività.

Questo atteggiamento non può durare. Per "costruire" la tutela del paesaggio, del territorio, delle rive anche urbane, è necessaria un'azione consapevole: un progetto, che valuti sullo stesso piano le aspettative della trasformabilità e della conservazione. C'è infatti chi vorrebbe il tratto urbano solo come una bella veduta da contemplare, interdetta anche all'accesso dei pedoni. E chi invece segnala il ruolo fondamentale ed altamente innovativo che il torrente assumerebbe come percorso verde, per pedoni e ciclisti, senza interruzioni dal Pedemonte al Po; ed in più, collegamento di parchi urbani (il Ducale, la Cittadella, gli altri di futuro impianto) e dei grandi ambiti di respiro territoriale, come i Boschi di Carrega, le rive del Po e addirittura i parchi del crinale Appenninico.

La chiave, insomma, per trasformare l'individualità limitante dei singoli parchi, esistenti e di progetto, in uno straordinario sistema, che consenta appunto spostamenti ininterrotti per decine di chilometri, anche entro e sopra la città. Dove la continuità costituisce la condizione essenziale per un'effettiva frequentazione del parco (1.51-1.52).

La ricchezza delle motivazioni che guidano il recupero dei percorsi lungo le aree golenali nel tratto urbano, si affianca alle nuove opportunità date dalla estensione e dalla continuità del sistema, da un lato, e dalla presenza della "natura in città" dall'altro (1.53-1.56).

Infatti i parchi e i giardini urbani non possono oggi non assumere significati nuovi rispetto al passato. All'attenzione per le forme e l'ornamento, ai aggiunge, imperioso, il rispetto per la specie e la biodiversità. La possibile continuità di percorsi, che offra a pedoni e ciclisti alternative di piste verdi, al sicuro e senza la contaminazione del traffico motorizzato, va quindi mediata attentamente con la necessità di salvaguardare l'equilibrio fragile dell'ecosistema torrente (1.57-1.59).

Come conciliare allora la presenza dei rigogliosi boschi ripariali e degli uccelli acquatici con l'opportunità di utilizzare come "percorsi verdi" le golene dei torrenti? Solo un'attenta indagine multidisciplinare preliminare ad un riproso progetto, che tenga conto della continuità dei corsi d'acqua, potrà evidenziare la sostenibilità del sistema dei percorsi in funzione della salvaguardia dell'ecosistema torrente.

PONTE DI PIETRA

Tra le infrastrutture non possiamo dimenticare una testimonianza storica importantissima per la sua monumentalità, ma latente perché in gran parte sepolta: il "ponte di pietra". Entro le ghiaie dell'alveo ed i sedimenti che la città in tanti secoli ha accumulato, la sponda destra racchiude - proprio dove incrocia la via Emilia - una sorta di tesoro sepolto: è il ponte di pietra, un affascinante scheletro di dieci arcate, lungo ... metri.

Ne rimane un rilievo (fig. 1.64-1.65), steso dall'Ufficio Tecnico del Comune, quando arcate e pile emersero a più riprese in occasione degli scavi per la completa riedificazione di via Mazzini, nella seconda metà degli anni sessanta. Esiste anche qualche foto conservata all'Archivio Storico Comunale (1.62-1.64); oltre alla testimonianza tangibile delle prime due arcate occidentali, se pur prigioniere delle pilastrate che reggono la strada in corrispondenza del sottopasso pedonale.

Quali le notizie storiche, desunte dalle fonti e dalla copiosa bibliografia?

Primo ponte in muratura della città, per molti secoli l'unico, sembra sia stato costruito originariamente in età Augustea, anche se di quell'epoca pare rimanere soltanto il conglomerato delle fondamenta di alcuni piloni. Tutte le arcate superstiti, infatti, risalirebbero a interventi successivi, resisi necessari per i danni arrecati dalle acque e dagli spostamenti dell'alveo: le ricuciture tra le due sponde urbane furono reiterate, in una continua contesa tra l'impeto della corrente e l'esigenza di garantire la continuità della Via Emilia. Già nel 493 le arcate venivano ricostruite, sotto il regno di Teodorico: a questa data erano undici, di luce diseguale, per una lunghezza totale di circa 140. Ma nel 1177 una grande alluvione causò uno spostamento dell'alveo torrentizio verso Ovest, lasciando quasi completamente in secca il manufatto. L'area di greto guadagnata così alla città, la cosiddetta Ghiaia, venne via via costruita, conglobando l'antico ponte tra due ali di fabbricati, a costituire un tratto sopraelevato della strada tra ponte e Piazza grande. Questa sorta di viadotto separava la Ghiaia grande (a Nord) dalla Ghiaia piccola (a Sud). Dopo una provvisoria struttura in legno, nel 1207 un altro ponte in muratura fu gettato sul nuovo corso della Parma. Al periodo visconteo risalgono una rocchetta e un torrione di guardia agli accessi del ponte, la prima sull'area dell'attuale piazza Corridoni, il secondo all'imbocco dell'odierna Via Mazzini. Queste difese vennero demolite rispettivamente dal Cardinal Grimani, legato pontificio a Parma, nel 1545, e da Ottavio Farnese negli anni Sessanta dello stesso secolo, nel quadro di una più generale operazione di maquillage della nuova capitale, che veniva giusto allora ripulita dagli aspetti più marcatamente medievali. Il ponte farnesiano, più volte lesionato dalle acque e rinnovato, restò in essere fino al nostro secolo, quando fu rimpiazzato dal nuovo ponte Dux (1932-33), l'attuale ponte di Mezzo. Al piano regolatore del '38, influenzato dalla retorica monumentalista del fascismo ma anche solleticato da interessi immobiliaristici, si deve l'idea di allargare la via Emilia tra la piazza Grande ed il torrente, ingigantendo di conseguenza i nuovi edifici prospicienti.

E proprio i lavori di fondazione degli alti condomini a portico sull'attuale via Mazzini, slittati come ricostruzione agli anni sessanta ("Una città distrutta nel dopoguerra" scriveva A. Carlo Quintavalle), consentirono come si è accennato la riscoperta delle arcate del Pons lapidis che però, nonostante le sollecitazioni contrarie degli Istituti di tutela, furono nuovamente implacabilmente risepolte.

Che significato può avere, oggi, riaprire la questione della riscoperta del manufatto teodoriciano? Un'ipotesi di minima (1.61-1.63) si può limitare a proporre l'affaccio verso la Ghiaia delle prime arcate, già oggi palesi entro il sottopasso.

Semplicemente demolendo la scalinata dal mercato, si ristabilirebbe la permeabilità medievale, quando la Ghiaia grande a nord e la piccola a sud (attuale via Romagnosi) erano collegate attraverso un'arcata del Ponte di Pietra.

I vantaggi per la visibilità del manufatto storico sono palesi; ma anche per il sito del sottopassaggio, oggi antro inospitale, che verrebbe riabilitato al ramgo di decoroso slargo urbano, solo a prezzo del sacrificio di alcuni negozi oggi affacciati sul sottopasso stesso; negozi, peraltro anche di scarsa attrattiva commerciale, come il più delle volte avviene in consimili situazioni sotterranee.

Una seconda, più radicale ed affascinante ipotesi prevede lo scavo del tratto di via Mazzini, tra il Ponte di Mezzo e via Oberdan, in modo da dissotterrare l'intero Pons Lapidis, attrezzando a strade urbane le striscie dell'antico greto che si libererebbero ai lati del ponte sino in fregio alla linea dei portici dei condomini (1.66-1.68).

Il ponte, pur con le sue lacune e ferite di manufatto ultramillenario, si offrirebbe come un'ulteriore preziosa attrativa nel novero dei monumenti insigni delle città.

Quasi una metà di via Mazzini, già oggi strada commerciale, si articolerebbe così in un sistema a tre livelli di negozi porticati, in più protetto da un velario, a mo' di galleria urbana. E', tutto questo, solo utopia? Meno di quanto può apparire, se il forte incremento di valore commerciale di cui beneficierebbero i due piani oggi interrati riuscisse a bilanciare il costo del nuovo centro.

Un caso fortunato, dunque, in cui il recupero di un importante manufatto antico può essere supportato - finanziato interamente? - dalla possibile riverberazione economica che l'operazione innescherebbe, magari ad opera di un consorzio di operatori privati.

L'eliminazione del traffico veicolare di via Mazzini, che è ancora oggi asse fondamentale di penetrazione in città, è in verità l'ostacolo fondamentale, che andrebbe, com'è naturale, preventivamente risolto in una pianificazione complessiva della mobilità nel centro antico, anche tenendo conto di possibili tragitti di minibus pubblici o navettes automatizzate

( ) magari da far scorrere pensili in propria sede a fianco del ponte di pietra così, finalmente, riemerso dalla latenza.

20

Anche entro l'area urbanizzata alcune zone si possono concepire come vere e proprie oasi naturalistiche, parchi della naturalità diffusa con percorribilità in massima parte pedonale, dove l'accessibilità alla vegetazione spontanea sarà regolata in diverse zone a fruibilità differenziata.

Un sistema di oasi urbane di tutela faunistica localizzate a sud della città - attorno alla penisola di confluenza e al nuovo lungo Parma potrà costituire il fulcro del sistema ambientale fluviale. Attorno ad esso il recupero delle intere fasce golenali, consentirà di consolidare al torrente il ruolo di grande corridoio ecologico (1.69).

La vegetazione spontanea, ormai consolidatasi in parco maturo che sempre più verrà riconosciuto come habitat dagli uccelli migratori, potrà essere lambita ma non negata da percorsi pedonali con funzione anche di osservatorio naturale e di collegamento territoriale (1.70-1.72).

Spesso la politica urbanistica italiana ha portato a considerare il territorio come luogo prevalente delle infrastrutture, della grande ingegneria, delle attrezzature e - secondo la logica della sovrapposizioine - della conservazione acritica dei beni culturali, o della pretesa cristallizzazione di casi naturalistici.

Sembra oggi opportuno spostare l'ottica del progetto verso un utilizzo innovativo per le aree non valorizzate: non più spazio di transito tra una destinazione e l'altra, ma "luogo" di attività e di vita(1.73-1.76).

L'unica strada realistica in questa direzione passa attraverso l'affermazione della cultura della sostenibilità, o dello sviluppo sostenibile.

Il territorio può essere letto perciò come un sistema complesso di beni culturali e ambientali che, opportunamente considerati, costituiscono la grande risorsa per la costruzione di un realistico recupero ambientale.

Il sistema costituito dal torrente si configura così come la grande latenza, la grande potenzialità su cui impostare il recupero del territorio (1.77).

Il filo verde delle piste ciclopedonali che nel rigoroso rispetto per l'ecosistema si potranno sviluppare lungo i suoi bordi potrà allacciare testimonianze affascinanti di architettura rurale e di singolari manufatti di archeologia idraulica (1.78-1.79). L'indagine conoscitiva sulle testimonianze del passato di cui si offre una campionatura fotografica nella tavola a lato ( ) si colloca nella prospettiva di salvaguardia, e cosciente azione progettuale per il futuro.

Oltre ai manufatti, naturalmente andranno indagati tutti i segni storici del territorio: le traccie ancora leggibili della centuriazione (in evidenza alla tav. 1.78), le strade, i viottoli.

Tra i manufatti, anche gli elementi minuti, come i bellissimi paracarri luigini che, memori di ..... misuravano le strade maestre del Ducato, dipartendosi dall'ara fondata (ombelico del regno) nella Piazza Grande.

Dalla sottolineatura strategica di alcune valenze architettoniche ed ambientali poste sul territorio, è possibile prendere coscienza dell'intima struttura, non solo di una rete di emergenze dotate di valore storico e fisico, ma anche di un interstizio che, da privo di un'attuale inquadratura di senso e di ruolo, può diventarne pregno. Il recupero e la valorizzazione di tali aree si lega inestricabilmente anche a quel particolare rapporto uomo-ambiente (frutto delle specificità di ogni ecosistema), che sostanzia inevitabilmente il rapporto con la memoria storica.

Attraverso la riconferma dei percorsi esistenti ed il loro completamento laddove risultassero interrotti, si può quindi proporre uno schema ciclo-pedonale (che indichiamo nelle immagini come 'progetto Città Latente", abbreviato in C.L.) che, muovendo dalla città, possa estendersi senza soluzione di continuità in direzione sud e nord (1.86).

Il fascino di seguire un tracciato costruito come può essere un argine a percorribilità pressoché illimitata, e continuamente variato quanto a paesaggio, lo si trova soprattutto lungo il tratto nord del Parma (1.87). Rispetto all'organizzazione spontanea del tempo libero che si è attivata in altri contesti in corrispondenza dei fiumi, il territorio parmigiano sconta ancora una volta la ridotta ed incostante portata idrica del torrente. Non si hanno attrezzature specifiche, eppure, lungo questo tratto, il sistema della percorribilità presenta una serie di fattori ambientali notevoli, in rapida successione, da Parma fino a Colorno e a monte a Torrechiara, Sala Baganza ed al crinale (1.80-1.85).

La riva sinistra del tratto urbano consente la continuità di percorso, e conduce a sud verso il Campus universitario per poi proseguire verso le colline dove peraltro l'ambiente naturale necessita dei più consistenti ripristini.

Anche le ferite possono però essere convertite in positivo. Ad esempio, oltre alle cave disseminate lungo l'asta fluviale, a pochi chilometri a sud della città, lungo il torrente è stato abbozzato ed attende i finanziamenti per essere completato un grande bacino. Sono le casse di espansione che dovrebbero accogliere le acque in eccesso in caso di piena. Sotto il profilo ambientale occorrerà però ricucire al territorio gli imponenti scavi e i rilevati di ghiaia e rinaturarli, convertendoli in un insieme soft mediante la realizzazione di aree umide, ad esempio, che costituiscano anche habitat per uccelli di passo; sapienti alberature; occasioni di tempo libero e sport, proprio come sta avvendo per le casse di espansione sul Secchia (1.89-1.90).

Più a monte, in Val Parma e Val Baganza il panorama eccezionale allarga i confini dell'intervento, collegando piccoli centri in attesa di essere riscoperti e valorizzati .

Il percorso, dalla città, potrebbe continuare quindi verso le colline costeggiando sia il torrente Parma che il torrente Baganza: il tracciato costituirebbe un "ponte", inteso come metaforico collegamento tra due opposti, come connessione storicamente consolidatasi tra la città e le antiche residenze di caccia, collegando la città al Parco Naturale Regionale dei Boschi di Carrega istituito nel 1982. L'obiettivo perseguito in questi anni dal Consorzio di Enti pubblici che gestisce il Parco e il territorio ad esso circostante non è soltanto di conservazione delle testimoniamnze storiche e naturalistiche che lo caratterizzano, ma è anche quello di favorire una riappropriazione dei valori "locali" da parte di un ampio bacino di fruitori, promuovendo un uso non consumistico o "strapaesano" dei dintorni di Parma, bensì una riscoperta di valori culturali ed economici latenti.

La coltivazione di prodotti biologici, la creazione di oasi agrituristiche, l'organizzazione di percorsi di trekking all'interno del Parco Regionale, la sensibilizzazione della popolazione attraverso iniziative educative (fondamentale la collaborazione con le scuole, le visite guidate e le mostre) ma anche ricreative (passeggiate equestri, feste stagionali) sono alcune iniziative che il gruppo di ricerca multidisciplinare promosso da Antonio Moroni (pag. ..) propone vengano messe in atto per riqualificare la valle del Baganza e per promuovere uno sviluppo "sostenibile" delle risorse presenti. Non soltanto vincoli passivi dunque, ma incentivi opportunamente indirizzati affinché un luogo storicamente "forte" si mantenga ancora riconoscibile nella sua identità.

Proprio la tutela dell'identità dei luoghi - frutto di un concetto di "bene culturale" non più limitato al singolo manufatto, ma esteso ai modi di organizzazione dell'ambiente antropico - potrebbe inoltre garantire la leggibilità dei segni territoriali e la valorizzazione delle loro potenzialità nel rispetto della storia: altra stimolante lettura è la "gestione culturale" del territorio attuata dai Farnese, nella materialità dei segni lasciati (ville ducali, fattorie, giardini, rete viaria). La tradizionale integrità patrimoniale e gestionale dei Boschi di Carrega, prima riserva di caccia dei Farnese, poi dei Borbone, e nell'ultimo secolo proprietà dei nobili principi di cui portano ancora il nome, è garantita oggi proprio dalla gestione pubblica del Consorzio.

La promozione per un utilizzo culturalmente consapevole dei torrenti e delle sponde, per esempio come percorsi attrezzati per passeggiate in bicicletta o a cavallo, sarebbe l'occasione per effettuare finalmente quella continua e progettata manutenzione delle rive che finora è mancata. Il corso d'acqua, non più vissuto come scomoda "barriera" da atttraversare, come "retro" in cui relegare le funzioni meno nobili, spesso come fogna a cielo aperto, potrebbe diventare così un elemento di aggregazione. Addirittura una spina dorsale di collegamento e ricucitura del tessuto urbanizzato che, frammentato, si dirama delle periferie, per il quale si potrebbero studiare nuovi affacci verdi, quasi una metafora provocatoria delle "nobili" facciate su strada di matrice ottocentesca.

Si potrebbe sfruttare il tracciato degli argini già suggerito dal paesaggio, con una particolare attenzione ai luoghi di sosta lungo il torrente Baganza, importanti occasioni per il recupero di architetture oggi dimenticate dalla memoria storica. Organizzando i percorsi ciclabile e pedonale, secondo un tracciato guidato dall'argine, affiancandoli con un ulteriore sentiero equestre, si verrebbe così a creare una passeggiata di circa quindici chilometri, senza soluzione di continuità, che, senza interferire con la viabilità automobilistica, costituirebbe fattore alternativo di aggregazione dell'insieme dei luoghi attraversati. Giunti a Sala, si potrebbero infine sfruttare talune belle strade alberate trasversali al torrente per riproporre alcuni dei percorsi che storicamente collegavano la Rocca con la riserva di caccia ducale. Oggi il Parco è attrezzato con itinerari diversificati, studiati per permettere una percezione consapevole dei vari paesaggi che quest'oasi verde, proprio a due passi, offre alla città: i boschi di castagni e querce, la faggeta, i giardini all'inglese in prossimità del Casino e del Ferlaro, i numerosi laghetti artificiali nati come riserve idriche, e così via.

Verso nord, dalla città il percorso ci conduce al quartiere fieristico sempre assecondando le anse del torrente, che gli argini alti riverberano, racchiudendo piantagioni di pioppi e campi ordinati. A S. Siro l'ansa si stringe, fin quasi a ritagliare un'isola. Di qui, procedendo lungo il percorso naturalistico attrezzato dal comune di Torrile ed affidandosi ad una passerella esistente per l'attraversamento del torrente si può giungere nei pressi di quella realizzazione significativa che è l'oasi avifaunistica della Lipu (1.88).

Prima di raggiungere il Po, il percorso lungo gli argini raccorda altri luoghi di notevole interesse storico, come il Palazzo Ducale di Colorno - e, in direzione di Copermio, il suo casino di caccia - e naturalistico, come la riserva naturale orientata della Parma Morta del Comune di Mezzani (1.91).

Anche in sponda destra verso nord, dall'Oratorio di Vedole, luogo ricco di memorie storiche perché già meta delle passeggiate ducali, si arriva a Colorno (1.92) percorrendo gli alti argini del torrente, da cui si può ammirare la bella campagna dalla quale emerge la sagoma della residenza ducale (1.93) non contaminata dalle addizioni periferiche.

Analogamente a quanto succedeva in altre capitali italiane (paradigmatico l'esempio della Torino sabauda), anche i Duchi di Parma cercarono di attuare un sistema di "residenze" extraurbane, non solo alla ricerca di amene località in cui cacciare, ma anche e soprattutto allo scopo di radicare nel territorio il potere ducale. Il modello che, a partire dal XVII secolo, viene copiato da tutte le corti europee è sicuramente quello di Versailles. Nell'esempio francese il rapporto reggia-territorio è strutturato secondo i principi dello spazio cartesiano: l'edificio diventa polo ordinatore del paesaggio, e il progettista utilizza il giardino come elemento di mediazione tra la fabbrica e la campagna coltivata. Gli assi rettilinei a prospettiva infinita che i giardinieri dei Farnese realizzano nel parco di Colorno - residenza estiva e palazzo di rappresentanza - sono insieme elementi di razionalizzazione e di rimando simbolico al potere, quasi che anche il paesaggio naturale si dovesse sottomettere alla volontà del Signore.

Le due Rocche di Colorno e di Sala Baganza erano state infatti incamerate dalla corte parmense simultaneamente nel 1612, all'indomani dell'esecuzione di Barbara Sanseverino Sanvitale, accusata di congiura; l'appropriazione di queste tenute con relativi palazzi - esempio manifesto dell'autonomia e della potenza di due casati di antica nobiltà feudale - diviene simbolo dell'assolutismo ducale perseguito da Ranuccio I Farnese.

Le due residenze, dall'alterna fortuna presso la corte, nel corso del Settecento assumono un ruolo distinto: reggia estiva ed estremamente sfarzosa Colorno; monumentale presenza nella pianura, residenza "villereccia" in collina, più informale e destinata alle battute di caccia Sala Baganza. Il legame tra di esse, soprattutto visivo, è ben ricordato da Michele Leoni, che nel 1846, dal terrazzo sulla sommità della scalinata di Colorno, raccontava come, spaziando con lo sguardo oltre lo stradone, la vista potesse correre per lo spazio aperto "fino alla prima altura che ti colmeggia nel fondo: e là vedrai Sala, ove sorge il Casino dei Boschi. Così le due ville Ducali, comecché sì diverse d'aere e di posto, vengono a fare l'una all'altra prospetto".

La peculiarità del caso parmense consiste proprio nell'assetto territoriale generato dalla dislocazione delle due principali "ville di delizie" lungo la direttrice nord-sud, che così risulta nei fatti uno strumento di riequilibrio e direzionamento alternativo al tradizionale asse est-ovest della Via Emilia, come con felice intuizione A. Carlo Quintavalle segnalava in "La Regione cultuale", nel .....

Evocando così l'antico asse delle residenze ducali, si può riproporre oggi proprio anche un percorso ciclopedonale lungo il torrente che da Colorno porti a Parma e di lì, lungo il Baganza, permetta di raggiungere Sala. Non si tratta però di una posticipata - e forse anacronistica - realizzazione dell'asse prospettico settecentesco che il Petitot progettava, dal Palazzo del Giardino Ducale di città, verso il giardino di campagna (Colorno), quanto piuttosto di un percorso che cerca di recuperare, con occhio necessariamente contemporaneo, le suggestioni di un territorio fortemente storicizzato, e, fortunosamente, non ancora compromesso in modo grave.

Prendendo spunto dalle "piacevolezze di villa" che avevano caratterizzato la residenza di Colorno nel Settecento, l'idea è dunque quella di offrire ai parmigiani e non la possibilità di amene passeggiate "fuori porta" (già piacevole consuetudine anche degli artisti-viaggiatori di età romantica), sfruttando la direttrice del torrente; la realizzazione di un percorso ciclopedonale alternativo a quello carrabile della Statale 343 sarebbe occasione anche per la riqualificazione ambientale del Parma fuori dal perimetro urbano.

A Colorno oltre a godere delle attrezzature del parco ducale, se si vuole attraversare il ponte antico e proseguire controcorrente sull'argine sinistro, si passa accanto ad un'area oggi abbandonata ma di grande interesse storico ed architettonico: la penisola di confluenza tra il Lorno e il canale Galasso (1.96-1.100). Qui, ove si concentravano edifici per lo sfruttamento dell'energia idraulica, si trovano ancora oggi manufatti di pregio, in particolare la "Torre delle acque", costruita nel 1709 per ospitare le pompe destinate ad alimentare i giochi d'acqua e le fontane del giardino ducale, progettate sull'esempio della Versailles di Le Nôtre. Danneggiate le strutture nel corso delle successive vicende belliche, probabilmente già alla fine del XVIII secolo la torre era stata trasformata in un'abitazione su tre piani (tuttora esistenti). Oggi, smantellati i macchinari, il sifone e i tubi di piombo che portavano acqua alle fontane, rimane, a testimonianza della passione dei Duchi per le innovazioni tecnologiche, soltanto l'alto edificio e alcuni frammenti dei sostegni in muratura del condotto principale (da 1.101 a 1.108).

Accanto alla torre con l'annesso rustico (un tempo torchio per l'olio) , presenza significativa è il "Mulino della Corona", che godeva dei privilegi ducali ed era munito di molte ruote per la macinazione di più prodotti contemporaneamente. Sulla penisola si può vedere anche la "casa del magliaro", sopravvissuta alla demolizione - avvenuta nel 1942 - dell'edificio che ospitava la fucina per la lavorazione del rame (1.109-1.116).

Tutti questi fabbricati - preziosa testimonianza della storia locale - con un attento recupero potrebbero trovare destinazioni d'uso vitalizzanti, che li riscattino dall'abbandono e dal deperimento. Per esempio si potrebbe trasferire nel Mulino della Corona la raccolta di antichi strumenti di lavoro attualmente ospitata nell'Aranciaia ducale, come opportunamente suggerito da G. Bertini alle pagine seguenti (1.114, 115, 116). Il recente capannone dell'ex fabbrica di ossigeno potrebbe invece diventare un padiglione espositivo per manifestazioni correlate all'attività museale, mentre quelle pertinenza della reggia - così svuotata - sarebbe un'ottima sala da concerto, data l'acustica che sembra ottima.

Proseguendo l'itinerario ciclabile, oltrepassata la residenza ducale, si potrebbe tornare sull'argine destro del torrente attraversando il torrente stesso parallelamente al ponte ferroviario con una passerella leggera. La passeggiata, raggiunto il Casino di Copermio, si concluderebbe degnamente nell'oasi naturalistica della Parma Morta e sulle rive del Po, creando così un collegamento verde che avvicinerebbe la città al grande fiume.

I nuovi tracciati del sistema "verde" di percorsi ciclopedonali lungo l'asse nord-sud potrebbero essere raddoppiati seguendo il corso del Naviglio, nato per consentire il trasporto in città delle merci che arrivavano via Po: nel tratto Colorno-Parma il torrente non è infatti navigabile. Da secoli abbandonata la sua funzione commerciale, il Naviglio può diventare oggi occasione privilegiata per la riscoperta di segni territoriali dimenticati, quali l'impronta della centuriazione romana ancora percepibile nella campagna e la sequenza dei mulini e degli antichi manufatti idraulici (chiuse, botti e soratori).

La scelta di recuperare la farnesiana direttrice di sviluppo nord-sud contribuirebbe infine a potenziare una serie di recenti iniziative urbanistiche tendenti a riequilibrare lo sviluppo della città, prevalentemente trascinato dalla Via Emilia, in senso est-ovest. Cosi il nuovo Campus Universitario a sud lungo il Cinghio e la sede definitiva dello CSAC (Centro Studi e Archivi della Comunicazione) a nord, nel prestigioso ex monastero di Paradigna, costituiscono poli di aggregazione e di cultura alla cui ubicazione anche il sistema dei percorsi verdi che proponiamo è cogruente.