S. FRANCESCO
IL CARCERE NEL CONVENTO
Il complesso duecentesco di S.Francesco del Prato, sorto come convento francescano appena fuori dalle mura urbiche di allora, ha visto la sua grande mole edilizia ampliata e cintata nell’Ottocento, dopo la soppressione napoleonica, per accoglervi le carceri. Trasferitasi di recente questa funzione, sembra che l’antico nucleo sia destinato a ospitare in futuro alcuni dipartimenti umanistici dell’università: un uso che ben si attaglia ad un ambiente sorto ab origine per lo studio e la riflessione, e che permette la decongestione di altre strutture dell’ateneo locale. Si dovrà pertanto tonificare l’assetto attuale, devastato dalle manomissioni carcerarie: alcune parti sono state talmente martoriate dagli usi impropri, che sarebbe addirittura pericoloso tentarne un recupero; il progetto vaglierà i riusi possibili, riservando alle parti originarie più facilmente riconoscibili gli adeguati interventi conservativi e di ripristino, come l’auspicabile riapertura delle antiche arcate del chiostro, o il restauro completo del solenne interno della chiesa gotica come grande spazio assembleare versatile, per le istanze scientifiche, espositive, congressuali e musicali della città. Questa grande architettura del passato va anche riguadagnata a una maggior permeabilità urbana: per posizione e storia essa suggerisce ipotesi accattivanti per il ridisegno di una viabilità alternativa. L’impenetrabilità secolare, prima claustrale poi addirittura carceraria, ha generato all’intorno zone irrisolte o, peggio, vere deturpazioni. Soltanto un intervento in equilibrio tra architettura e archeologia saprebbe riconquistare l’identità dei luoghi tra borgo del Naviglio e l’ex carcere, cioè nella pittoresca spina di tante vedute ottocentesche. E così pure tra la zona dei giardini e delle corti dimenticate dietro la chiesa della SS. Trinità, borgo del Naviglio e il cinquecentesco palazzo Cusani, cardine urbano tra il percorso del canale e il sagrato di S. Francesco. Ma forse, ci sarà anche l’occasione di inventare una passeggiata “aerea” lungo i percorsi di ronda delle prigioni, quella sorta di crinale tra il dentro e il fuori che spartiva la città dei liberi da quella dei reclusi.



S. FRANCESCO
Il carcere nel convento

Il complesso gotico di S. Francesco del Prato, sorto come convento francescano appena fuori le mura urbiche di allora, ha ampliato la sua grande mole edilizia nell'Ottocento, dopo la soppressione napoleonica, per accogliervi le carceri. Trasferitasi di recente questa funzione, sembra che l'antico nucleo sia destinato a ospitare in futuro alcuni dipartimenti umanistici dell'università: un uso che ben si attaglia ad un ambiente sorto ab origine per lo studio e la riflessione, e che permette la decongestione di altre strutture dell'ateneo locale. Si dovrà pertanto bonificare l'assetto attuale, devastato dalle manomissioni carcerarie: alcune parti sono state talmente martoriate da interventi impropri, da risultarne stravolte.

Il progetto dovrà vagliare i riusi possibili, riservando alle parti originarie ancora riconoscibili gli adeguati interventi conservativi e di ripristino, come la riapertura delle arcate del chiostro, o il restauro completo del solenne interno della chiesa gotica quale grande spazio assembleare versatile per le istanze espositive, congressuali e musicali della città.

Quando nel 1993 l'apparato detentivo fu trasferito ad altra sede, e dentro le alte mura calò un silenzioso abbandono, fummo tra i primi a visitare il luogo ormai deserto, non appena concluso il trasloco dei carcerati. La loro presenza era ancora, quasi tattilmente, percepibile. Il complesso, suppur vuoto e ormai privo di arredi, raccontava nella sua articolazione materiale com'era organizzata, prima, la vita dentro, e com'era completa nelle sue funzioni fondamentali: l'opificio per il lavoro, il refettorio, un piccolo teatro, la cappella, i luoghi per lo svago e lo sport rimediati nei frammenti di cortile lungo le mura, l'infermeria, la camera operatoria.

Sui muri delle celle, singole o collettive, ritagli di giornali e fotografie facevano rivivere, nella finzione delle immagini patinate, le delizie di un mondo negato.

Alcune di tali immagini sono rimaste, appese, a testimoniare la nostalgia per il vissuto di fuori (7.78).

La città esclusa

(Pag. 4-5)

La destinazione carceraria degli ultimi due secoli è ad evidenza simbolizzata dall' imponente muraglia che, coronata dai camminamenti di ronda, ancora oggi cinge il complesso.

A ridosso di questa, lungo tutto il perimetro, i rapporti con il contesto edificato si risolvono in una secca cesura.

Nei dipinti ottocenteschi gli stessi luoghi urbani si affacciano come rarefatti, circondati ancora dagli ampi coltivi entro le mura. L'acquerello di De Gubernatis (7.1) evidenzia appunto vasti campi, presenti verso l'attuale borgo degli Studi. Erano le estese riserve di verde - orti, appunto, ma anche giardini - che le planimetrie sette ed ottocentesche (esemplarmente nitido l'Atlante Sardi. Fig. ...) documentano. Fino a che la città novecentesca non ha colmato gli interstizi, cancellando sistematicamente i vuoti che anche perciò, se oggi eccezionalmente sopravvivono, risultano così preziosi.

Sul lato a ponente della muraglia, il Naviglio si rivelava come il più cospicuo canale entro la città, avendo raccolto l'acqua degli altri affluenti. Sarà sugli orti attigui al Naviglio che, a partire dal 1853, verrà edificata la fabbrica del "Carcere Nuovo," straordinaria opera della maturità di Nicolò Bettoli, architetto di Corte (NOTA). Ed è ancora Bettoli a firmare la stessa muraglia, di dodici metri di altezza, che come si è visto recinge l'intero compendio carcerario, anche a sponda del medesimo canale Naviglio (7.4, 7.8, 7.11, 7.12).

La copiosa presenza di acque, peraltro anche registrata nella ricca iconografia (Fig. 7.3), è ben rintracciabile nei lacerti materiali che ancor oggi sono sopravvissuti e che caratterizzano il borgo del Naviglio (7.16, 7.17). La suggestive vedute del Canale che Alinovi e Venturini realizzano dopo il 1850 (7.13) (cfr. anche il capitolo sulle città delle acque), prima che le modificazioni idrauliche e i lavori di tombamento dei corsi d'acqua, negli ultimi decenni del secolo scorso, ne mutassero radicalmente i connotati paesaggistici, ricordano altre città (Treviso, per citarne una tra tante), che pure erano attraversate da una rete di canali che muovevano macchine e mulini, e che oggi, almeno in parte, sono ancora conservati.

Cessato il ruolo dell'acqua quale forza motrice nelle attività protoindustriali o artigianali, e ridotti a fognature tutti i corsi d'acqua entro la città, a Parma come in altre realtà urbane emiliane, permangono solo alcune tracce dei mulini dismessi o delle antiche tintorie.

Con un'attenta opera di chirurgia archeologica si ritoveranno, se non le affascinanti atmosfere ottocentesche, perlomeno situazioni che consentano di riconquistare l'identità dei luoghi. Si potranno collegare ambiti diversi che, pur vicini nello spazio, appaiono incomunicabili.

Tra questi, va segnalata la possibilità di recuperare ritagli di orti e corti dimenticate, retrostanti la chiesa della SS. Trinità che, attraverso Borgo del Naviglio, dalla stessa chiesa, potrebbero collegarsi alle soglie del cinquecentesco Palazzo Cusani, in prossimità dell'ingresso al Carcere Nuovo (7.11, 7.6 8).

Palazzo Cusani, poi Palazzo della Zecca, rappresentò, dopo la sua destinazione a sede del Tribunale civile e penale, una sorta di anticamera al polo carcerario, nel senso di un emblematico filtro interposto tra la vita sociale dei cittadini liberi e quel sistema repressivo-dententivo che, con l'intervento di Bettoli, raggiungerà la sua massima estensione dimensionale. Non a caso la facciata principale d'ingresso del nuovo carcere si rivolge verso il Tribunale in una oggi ovvia complementarietà, mediata da un cortile comune (7.55, 7.56). Ecco perchè il restauro ed il recupero funzionale del Palazzo, che andrebbe evidentemente coordinato con quello del complesso di S. Francesco, sono da considerarsi occasioni di straordinaria rilevanza urbana oltre che edilizia; trattandosi, questo, di un delicato luogo a cardine tra il canale Naviglio, la piazza prospiciente la chiesa gotica (7.35), l'ingresso storicizzato al convento-carcere, e quello citato al carcere nuovo. Sui vecchi muri che si affacciano al cortile, numerose le tracce di archi a tutto sesto, portici tamponati ed altre importanti evidenze, quali graffiti, da cui partire alla ricerca della conoscenza del testo originale.

Da segregazione a protezione

La situazione all'intorno del carcere nella seconda metà del secolo scorso è minuziosamente restituita dalla vista a volo d'uccello di Guesdon. Dove, seguendo ancora la tradizione della ripresa da nord a sud, il S. Francesco figura in primo piano ed è ben identificabile, cinto dalle mura farnesiane, che proprio lì si organizzano a bastione, oltre che da quella recente progettata dal Bettoli a specifico presidio del carcere.

Ma se gli amministratori di fine ottocento ritennero leggittimo liquidare la cinta urbana, che fare oggi dell'alto e lungo muro che sorregge il percorso di ronda?

Non si possono sottovalutare i vantaggi in termini di protezione e quindi di isolamento, anche acustico, che il muro Bettoliano oggi offre. All'interno del quale il rumore del traffico che l'attigua circonvallazione genera è assolutamente impercettibile. Sotto il profilo visuale, l'esser dentro al muro potrà rafforzare la concentrazione e la riflessione di chi studia, che immaginiamo sostituirà, nella futura destinazione universitaria, il (Fig ...) raccoglimento dei monaci. Ma se il muro è da conservare, anche in quanto connotato intrinseco del carcere ottocentesco, cioé manufatto storico degno di tutela, tuttavia si avverte il bisogno di neutralizzarne quella valenza di segregazione e repressione che ad evidenza simboleggia.

E però anche il muro del carcere, come già si è notato per il terrapieno della ferrovia, può essere vissuto non già come cesura, ma come elemento unificante.

Sarà sufficiente rivisitare il camminamento di ronda in chiave di percorso urbano, accessibile dalla città attraverso le scale esistenti, ma anche collegabile ai tracciati pedonali che abbiamo immaginato lungo l'arco della massicciata ferroviaria (Fig. ...). Di qui, grazie ad una leggera passerella, sospesa sull'andirivieni delle auto lungo la circonvallazione, si potrebbe approdare nello spigolo nord ovest del complesso conventuale-carcerario, dove la muraglia era lambita dal Naviglio. La passerella potrebbe far tappa intermedia ai livelli alti del dismesso Consorzio Agrario, altro manufatto della fascia proto-industriale costruita al posto delle mura Farnesiane, per favorirne il recupero, sia in termini funzionali che di riaggregazione urbana.

Il metodo d'indagine e d'intervento che si propone, per il S. Francesco come per gli altri topoi presi in esame, è di procedere per interventi minimali, sapienti e finalizzati, anche semplicemente per disvelare, da inedita o per inedita prospettiva, le chiavi di lettura individuabili nell'articolata stratificazione che la storia ha prodotto.

In questo senso scegliere di conservare i muri di cinta, con la conseguente agibilità pubblica o semipubblica dei percorsi di ronda, rappresenta una sorta di ideale ripristino o ribaltamento. Dove gli elementi architettonici della segregazione, percepiti finalmente in modo unitario, rivivranno le relazioni perdute o dimenticate, grazie al coinvolgente percorso urbano che appunto entro e attraverso la storia si evoca (20, 22-23).

4. La chiesa gotica

L'arrivo dei francescani a Parma data a qualche anno dalla morte del fondatore dell'Ordine. I frati d'Assisi si stanziano subito nel Prato Regio poco fuori le mura, dove crescerà in pochi anni il complesso monastico, inizialmente attorno ad un ospedale e ad una piccola cappella (7.3, 7.4). Anche la grande chiesa gotica risale a quell'epoca, ma viene ampliata nei secoli successivi: è una permanenza che ancora oggi domina l'ambiente urbano con la massività dei paramenti in mattone e la copertura a capanna, secondo le consuetudini care all'Ordine (7.26, 7.28, 7.30, 7.32, 7.35).

La straordinaria lunghezza di settantotto metri, raggiunta nel corso del XV secolo dopo varie fasi di ampliamento, testimonia il successo e l'importanza dell'istituto monastico.

Alla soppressione Napoleonica del quale, gli interventi di adeguamento ad uso carcerario della chiesa, progettati da Cocconcelli e perfezionati da Bettoli, comportano la riduzione a celle delle navate laterali, mentre quella centrale è utilizzata quale opificio per il lavoro dei forzati, e conserva tutt'intera l'altezza originaria (7.34, 7.38, 7.39).

E' curioso come tale adattamento a casa di pena, pur comportando palesi, clamorose violenze sull'edificio gotico, inventi quasi una nuova tipologia e, nel tema della navata su cui affacciano vari piani di celle, favorisca quella sperimentazione che maturerà nel modello panoptico.

Nel perseguire l'imperativo laico e borghese dei nuovi tipi edilizi per la detenzione, nella commistione irriguardosa con le preesistenze, si creano nuove situazioni architettoniche. Ed è così che sia la facciata della chiesa che la cinquecentesca torre campanaria, entrambe perforate insistentemente dalle finestre del penitenziario, assumono figurazioni di singolare suggestione, documenti di unicità tale (7.26, 7.35) che pare corretto conservare. Appunto come fu deciso in occasione del restauro tutt'ora in corso, avviato dal 1972 a cura della Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici dell'Emilia. Le tramezzature ed i solai che segavano le navate gotiche (7.34) furono invece rimossi, anche perchè pare risultassero di scarsa affidabilità statica. E perchè si privilegiò l'assetto gotico alla contraddittoria - se pur intrigante - stratificazione ottocentesca. Ma attendiamo che i progettisti autorevolmente illustrino le opzioni del restauro, oggi peraltro non ancora concluso, sul singolare palinsesto.

Demolendo le murature ottocentesche emerse anche un importante substrato archeologico, che sarà opportuno studiare e salvaguardare, adottando magari pavimentazioni leggere e reversibili, che consentano anche finalmente l'utilizzo pubblico delle tre navate (Fig...).

Lo spazio interno è definito da cinque campate di archi gotici, che gravano su consistenti colonne in laterizio. Ma ciò che forse più sorprende è il gioco della luce che prorompe nell'abside dalle alte finestre, e si moltiplica in facciata nel traforo delle bucature carcerarie. L'estraniata atmosfera contribuirà a fare del recupero della Chiesa un evento di rilevanza straordinaria, e non solo per la città, da affrontare progettualmente in vista dei futuri utilizzi con l'inserimento, ove necessario per una corretta agibilità, di elementi discreti e reversibili. Riflessione, raccoglimento, riunioni, potranno ben inserirsi nel rarefatto spazio basilicale, consentendo di ipotizzare utilizzi corretti anche senza ricorrere alla speranza di un improbabile ritorno al trascorso status liturgico.

Il tema del riuso della grande chiesa francescana, così imponente nella mole da reggere il confronto col Santa Croce di Firenze, potrà essere attuato, e solo con inserti reversibili, quale spazio per grandi riunioni. E quindi congressi, musica, esposizioni, a servizio della città e dell'Università (7.40).

L'accessibilità è garantita attraverso la piazza, da riscattare ovviamente come spazio pedonale, trasferendo i parcheggi e risolvendo il problema della sosta auto nell'ambito di un sistema complessivo che favorisca anche l'interscambio con la viabilità ciclabile, cui si è accennato nei primi capitoli di questa ricerca.

Restauro e riuso del convento

(pag. 14-16-17)

Una volta depurato da quelle strutture che ne garantivano l'uso carcerario, il convento sarà un'eccellente sede per dipartimenti umanistici, adatti allo studio ed alla riflessione secondo la primigenia vocazione del luogo. Le superfici utili sono consistenti, quasi due ettari e mezzo di superficie calpestabile, anche se una larga parte di queste rimarrà inevitabilmente destinata a percorsi e connettivo (7.50). L'accesso è filtrato da un sistema intercomunicante di cortili interni e piazze urbane, che dai portici di Borgo delle Colonne o da Piazzale S. D'Acquisto, conducono gradualmente al convento. Un secondo ingresso, carrabile e funzionale all'approvvigionamento ed al servizio, è già esistente in via del Prato.

Una discreta documentazione archivistica consente di ricostruire la vicenda materiale (7.10) cui è stato sottoposto il convento francescano. Si può rilevare la prevalente permanenza dei sistemi voltati al piano inferiore, e la notevole modificazione dei livelli superiori nonchè dell'impianto distributivo generale.

Il complesso si presenta talmente sedimentato (gli strati ottocenteschi amalgamati, e non più separabili, entro quelli quattro-settecenteschi) da risultare ormai assoggettati a trasformazioni radicali e consolidate. E' il caso dell'ex refettorio. Di quest'ultimo sono stati ritovati anche illuminanti rilievi grafici del Cocconcelli, in parte inediti, che lo rappresentano quale unica grande aula con volta non praticabile, e ne documentano così puntualmente l'assetto pre-carcerario. Sul refettorio interverrà in modo radicale Nicolò Bettoli - di cui pure si sono scoperti ignoti, autografi disegni - fino a ripensarlo integralmente per ricavarne, da uno, ben tre livelli. Il volume conventuale unitario verrà così ingabbiato in un sistema statico ad archi trasversali, a reggere travature lignee longitudinali (7.41, 7.43).

Altrove, nel convento, il manufatto storico è assolutamente distrutto o irriconoscibile. Così nell'ex sagrestia, che la planimetria acquerellata all'Archivio di Stato della fine del XVIII secolo rappresenta ancora con volta ad ombrello a collegamento tra il sistema absidale della chiesa ed il lungo corridoio voltato del monastero (Fig. VII, 29). Qui si potrà cogliere l'occasione dell'avvenuta violenza per inserire gli elementi che consentono l'adeguamento alle normative vigenti in tema di sicurezza ed accessibilità. E cioè i servizi igienici, gli impianti tecnologici, le attrezzature meccaniche di risalita.

Per altri luoghi od elementi architettonici ancora identificabili, si prevede la distinzione tra quelle parti da assoggettare ad esclusivi trattamenti conservativi (tutti i sistemi voltati, ad esempio, ed i paramenti esterni e gli elementi distributivi storicizzati), da quelle ad eventuale ripristino. Come le colonne del portico orientale e meridionale, inglobate in setti ottocenteschi che ne hanno profondamente alterato l'immagine originaria, (7.48, 7.51) appunto da liberarsi.

Diverso e di non univoco approccio è il caso di porzioni senza qualità, come i recenti opifici che hanno sostituito l'ala nord del secondo cortile. Qui l'ipotesi ottimale prevede di restituire l'originaria consistenza dei volumi settecenteschi fuori terra, come documentati nei riferimenti iconografici (7.54). E contestualmente di recuperare interrati i volumi che, sopra, nel diradamento andrebbero perduti.

In via riduttiva e subordinata, tentare il riutilizzo dei volumi esistenti, cioé dell'anonimo opificio anni '60, comporterebbe una soluzione apparentemente più economica, ma inevitabilmente ambigua e riduttiva.

Se interrati, nei ritagli tra il convento e l'alta muraglia, e ancora al di sotto del chiostro, i nuovi ambienti per aule potranno organizzarsi in plessi funzionali e integrati. E così saranno ben rispondenti alle esigenze della didattica, anche avvantaggiandosi delle esperienze ormai largamente maturate in tema di auditorii ipogei. E soprattutto non sottrarranno spazio all'interno della compagine antica e così aiuteranno a favorirne un non addensato riuso.

Gli elementi costitutivi dell'apparato universitario da insediare possono schematizzarsi in grandi categorie: amministrazione-gestione, didattica, biblioteca e ricerca, soggiorno e ristoro.

Organizzando i sottogruppi in funzione delle specificità e delle reciproche relazioni, si può abbozzare un organigramma del dipartimento. Esso dovrà essere confrontato attentamente con le disponibilità offerte dai singoli ambienti storici, indagati in rapporto a dimensione, ed ubicazione, ed alle caratteristiche architettoniche, spaziali e strutturali.

L'ex refettorio potrà ad esempio ospitare al piano terreno una caffeteria ed altre attività legate al ristoro ed al soggiorno. Il cuore della ricerca sarà costituito dalla biblioteca, con sale di studio e consultazione a scaffale aperto nei grandi corridoi voltati delle ali orientali (7.49), fino a comprendere il bell'edificio ottocentesco, posto ad appendice nell'estremo nord del complesso. Un blocco di magazzini a scaffali non accessibili direttamente, a ricerca informatizzata ed automatizzata, potrebbe trovare razionale soluzione in una sistemazione ipogea. Il criterio è stato adottato ad esempio anche nella biblioteca dell'Archiginnasio di Bologna, dove lo stoccaggio libri occupa sottoterra un volume pari circa al 40% di quello occorente per una soluzione tradizionale, con evidente notevole risparmio degli spazi storici.

Ai piani superiori del braccio orientale, totalmente manomessi per adattamenti carcerari anche recenti, potranno collocarsi aule di media dimensione per la didattica, servizi di piano e/o di dipartimento, approfittando della liceità - sotto il profilo storico-conservativo - a rimuovere le tramezze recenti, ed a riorganizzare i locali affacciati sui lunghi corridoi.

Di matrice certamente carceraria sono le minuscole celle che, al primo livello, prospettano da meridione sul chiostro principale: destinabili a studi per docenti o ricercatori, che comunque non richiedano spostamento di molte persone, a causa dell'angusto corridoio di accesso (7.47). L'ala occidentale del complesso, per la natura degli spazi interni, potrà confortevolmente ospitare le funzioni legate alla gestione ed all'amministrazione del dipartimento.

Il perfezionamento del progetto ovviamente non potrà prescindere da preventive, accurate indagini sul manufatto storico, che faranno anche uso di tecniche non distruttive, e che potranno a loro volta introdurre elementi di conoscenza tali da modificare o perfezionare il panorama, qui solo accennato, sulle vocazioni del complesso.

Il carcere "nuovo" di Nicolò Bettoli

(pag. 21, 25)

Finalmente, nel ..... Nicolò Bettoli progetta una delle opere di maggior impegno che di quell'architetto ci sia rimasta: costruzione prima che architettura, esemplarmente nitida nell'iterazione dei contrafforti che rispondono alle volte interne, potrà mantenere la sua qualità architettonica correttamente se riconvertita ad un uso diverso da quello carcerario.

Al crepuscolo di quel ducato Luigino che l'agiografia degli storici ha tramandato mite e non punitivo, ci piace supporre che Nicolò immaginasse, appunto, futuri utilizzi civili per il suo "Carcere Nuovo". Speriamo che il presunto auspicio venga esaudito presto, dato l'ormai prevalente orientamento a che ivi si allestisca una foresteria per studenti e docenti, con una superficie di calpestio di oltre seimila metri quadrati.

Si è già richiamata l'importanza del cortile di ingresso al blocco Bettoliano, cerniera tra Palazzo Cusani e convento, come un luogo dove le molte tracce, le aperture tamponate, la presenza evidente sul lato orientale di un portico occluso con volte a crociera, saranno occasioni di nuove relazioni tra i percorsi "urbani" e quelli interni al complesso. Su questo affascinante spazio si affaccia la fronte bugnata che Nicolò ha immaginato quale rappresentazione della "casa di forza" vera e propria, e di cui si riporta il disegno autografo (7.56). Questo serrato fronte, una sorta di emblematica scenografia, e palese, quasi didascalica immagine della severità dell'istituto di pena, è forse anche l'unica concessione al gusto dell'epoca. La fabbrica, che si sviluppa dietro il bloccato frontespizio, è sconcertante per i modi non convenzionali: introversa ed articolata, è protetta da un doppio recinto murario, il più interno dei quali conclude i sei bracci della griglia planimetrica in modo da inglobare quattro cortili (7.58).

Questi potranno venir restituiti alla loro originaria dimensione, una volta liberati da alcune fabbriche improprie (7.66). E sotto la superficie prativa di tali ritrovati giardini segreti, saranno ricavabili i servizi e gli spazi per attività comuni, altrove irrealizzabili se non a scapito delle straordinarie strutture interne, ancora perfettamente integre e quindi a maggior ragione da non manomettere (7.67, 7.69, 7.73).

Data la rara chiarezza costruttiva e strutturale, il nitore materico dei ciotoli sbozzati che - caduto l'intonaco esterno - oggi sono a vista e compaiono listati con corsi in laterizio, nel "Carcere Nuovo" è facile esercizio individuare pentimenti o modificazioni successive. Ad esempio il tamponamento di circa metà delle numerose finestre, solitamente due per ogni stanza, pensate dal Bettoli secondo criteri di moderna igiene ambientale. Poi forse ritenute eccessive. A meno che le finestre così fitte fossero solo un motivo di facciata, all'interno da tamponare per metà. Solo opportuni saggi in corso d'opera potranno sciogliere l'enigma. Comunque sia, la riapertura delle finestre ora cieche guadagnerà ad ogni stanza una notevole qualità abitativa, ideale per lo studio ed il soggiorno (7.77). I servizi di ogni stanza, magari da concepire in prefabbricati leggeri di minimo ingombro come si usa per le navi da crociera, potranno essere inseriti quasi a secco senza interessare le strutture murarie, integrati agli elementi di arredo dei guardaroba e delle librerie (7.75, 7.77).

All'ultimo piano del corpo centrale potranno essere ospitati studiosi o invitati di riguardo, in piccoli appartamenti composti da due o più vani. Al pianterreno potranno localizzarsi i servizi e le attività ricettive, di studio, soggiorno e ristoro.

Persino l'adeguamento distributivo richiesto dalle norme di sicurezza oggi in vigore sembra essere stato in qualche modo un preconizzato da parte del colto architetto ottocentesco. Il quale concepì, curiosa coincidenza, ambienti di dimensione perfetta per accogliere le scale che, appunto per adeguare l'edificio alle vigenti norme, sarà necessario inserire exnovo. Così che l'impianto distributivo risulterà perfettamente equilibrato sia rispetto agli assi trasversali, che a quello longitudinale. La spina distributiva principale coinciderà con il luminoso corridoio-loggia, presente ad ogni livello e concluso agli estremi da due nicchie absidate speculari (7.58).

Altri servizi importanti quali una libreria universitaria ed altri spazi di studio e soggiorno, da intendersi come occasione di maggior integrazione con la città e con il pubblico, potranno essere ospitati in prossimità della corte d'ingresso, a stretto contatto con il Palazzo Cusani e con l'ex convento francescano.

Dopo quasi due secoli di utilizzo segregante, si spera che quel che è oggi lo stratificato palinsesto del S. Francesco, - convento più addizione carceraria - possa presto aprirsi nuovamente alla città.

Nel panorama degli edifici di culto o monastici soppressi, contrassegnati per lo più da usi impropri se non addirittura devastanti, ecco finalmente un episodio felice.

In cui un reimpiego conveniente, anzi ottimale quale quello universitario, costituisce il primo atto e la premessa indispensabile - se pur non sufficiente - ad un restauro corretto.