IL TERRITORIO LATENTE
IL PARCO DUCALE

Nel 1561, ad ovest del torrente, s'inizia a piantumare il Giardino voluto da Ottavio Farnese a delizia del suo palazzo estivo. Un parco dal grande rigore formale, aggiornato nel Settecento secondo i dettami del gusto francese, che sfruttava la preesistenza delle mura urbiche con l’addossamento delle terrasses alberate, a sponda visiva del lungo viale sottostante. Demoliti i rampari, alcuni edifici di gusto e aspetto eterogeneo hanno occupato il margine preciso del giardino antico, lungo i lati est e nord. Un progetto attento potrebbe calibrare, con l’aiuto di filari arborei e diaframmi di verde, un percorso inedito che connetta ad est le aranciaie settecentesche, ai nuovi edifici di sevizio a nord del Palazzo del Giardino, e ancora l’area ex Amnu, la cinquecenteca cortina della fontana e i padiglioni novecenteschi dell’ex Fiera. Sarebbe così possibile ridare finitio al disordinato margine nord-orientale del parco; ma anche recuperare preziosi spazi per le attività che ora invadono il cuore storico del giardino. Più in dettaglio: il complesso degli ex padiglioni fieristici, ad esempio, sarebbe riproponibile con impegno modesto come polo congressuale multivalente, sfruttando gli allestimenti già pronti per l’uso spettacolare-espositivo. Oppure centro polisportivo e ricreativo. D’altronde, tutti gli interventi che proponiamo sul giardino farnesiano e adiacenze - esteso, pregiato e centrale patrimonio pubblico - rientrano in quest'ottica: il parterre gradonato dietro al palazzo ducale - che occuperebbe l'area dell'antico bastione della fontana e quella dell'ex Amnu - potrebbe ospitare sia spazi integrativi per convegni che attrezzature ludiche, come la pista di pattinaggio e i giochi per bambini, che oggi impediscono la percezione dei simmetrici quinconces des tilleuls settecenteschi. Una dislocazione nuova, pertanto, che approfitta delle tante aree e volumi disponibili sul contorno del parco, per recuperarlo pienamente alla dignità formale originaria senza espellerne attrezzature di servizio irrinunciabili; come nelle aranciaie sette-ottocentesche verso il torrente, che si potrebbero convertire agevolmente in sedi per mostre temporanee, o serre visitabili a servizio del verde civico, oppure spazi commerciali, sale di studio per studenti o piacevoli ristoranti o sale da tè, con una bella vista sul parco.


Il quarto nord-occidentale della città ha conosciuto negli ultimi cento anni un'evoluzione disordinata, poco coerente ai messaggi contenuti nei segni del territorio e della storia. Da un lato il parco (3.4) - natura artificialis - componente decisivo della scena urbana ducale, (anche se oggi declassato per l'uso intenso e la scarsa manutenzione) con la reggia (3.1) - dapprima fortezza bastionata (3.2) poi villa , finita a sede di poco compatibili, ancorché "benemerite", istituzioni militari che l'allontanano dalla città. Dall'altro le mura urbane e il fiume (3.3), "limiti" evidenti e segni forti, decisamente maltrattati in questo secolo da trasformazioni, demolizioni, "ricostruzioni", sostituzioni e addensamenti edilizi, tali da incrinare l'equilibrato rapporto tra parco, palazzo e città (3.5).

Per comprendere appieno l'attualità e il potenziale di fruizione delle aree e degli edifici, è opportuno rifarsi attentamente alla vicenda storico-progettuale che ha caratterizzato questa porzione di città e che ha visto protagonisti importanti architetti, da Sangallo al Vignola, fino a Petitot (NOTA). Proprio l'analisi diacronica ispira così gran parte delle proposte progettuali qui avanzate, che cercano una continuità con le più significative intuizioni del passato e con i residui stimoli della scena urbana e ambientale circostante.

Limitando le indicazioni riguardanti le architetture più significative a plausibili suggerimenti per una loro rifunzionalizzazione, si è inteso lavorare soprattutto sulla connessione tra le parti, nel tentativo di ricongiungere brani oggi separati, restituendo continuità al tessuto delle componenti monumentali, urbane e ambientali del luogo; l'insieme di questi aspetti ha infatti costituito, per lungo tempo, un unicum di importanza superiore al contenuto artistico dei singoli elementi, mentre oggi risulta intorpidito specialmente sulle aree perimetrali del parco.

Intervenire, anche con trasformazioni, su quelle aree - originariamente ben definite nell'ottica gerarchica della città murata - pare dunque opportuno e talvolta necessario. Tuttavia, per usare la massima cautela nell'affrontare ipotesi di ulteriori interventi in settori già parzialmente compromessi, è bene dotarsi di tutti gli strumenti conoscitivi necessari, andando ben oltre gli aspetti architettonici per interessare le effettive attuali richieste della città, senza trascurare i problemi di accessibilità, viabilità, parcamento e quant'altro connesso ad una realistica fattibilità.

IL PARCO STORICO. Per quanto riguarda il parco storico, anzitutto un cenno circa l'atteggiamento che si può assumere nei confronti delle emergenze: a proposito di tale corpus monumentale (3.10), pare improbabile la scelta di utilizzare in modo generalizzato i principi del restauro filologico teso a riproporre, del giardino, se non la facies cinquecentesca (3.2) almeno quella settecentesca (3.57). Come ci si comporterebbe, infatti, di fronte alla situazione dell'antico accesso orientale compromesso dal viale novecentesco realizzato in discesa quale prosecuzione di ponte Verdi? Oppure nei confronti delle gravi lacune presenti nell'apparato decorativo e scultoreo dell'Arcadia? E ancora si restituirebbe il complesso della fontana del Trianon, oggi nell'isolotto entro il lago, a Colorno, luogo per cui venne concepito?

Più realistica sembra la possibilità di ricostruire alcuni ambienti vegetali di straordinaria qualità intrinseca, già contenuti nel progetto petitoniano. Tra di essi il labirinto, alcuni bosquets compromessi o degradati, le salles de verdure, i boulingrins interni alle superstiti salles des marroniers, i vertugadins nella porzione originale dell'esedra; forse ci si può spingere fino alla riproposizione delle palissades. Ma certamente è opportuno fermarsi di fronte a quelle parti che richiedevano una manualità artistica oggi non riproponibile - pena lo scadere nel falso - quali le terrasses et escaliers, le perdute (o mai realizzate) fontaines jaillisantes .

Discorso a parte meritano i parterres del palazzo, punto debole del disegno petitoniano che era finalizzato alla costruzione di una imponente reggia parallela al fiume, mai realizzata. La porzione di parterres prospiciente il fronte meridionale dell'antico palazzo, poi ristrutturato dal lionese, evidentemente progettata controvoglia, presenta un dettaglio insufficiente per essere riproposta, mentre quella settentrionale non è più attuabile per la demolizione del Ramparo della Fontana.

Si è ritenuto necessario, in ogni caso, segnalare una soluzione che prescinda dall'assetto attuale del Parco. Infatti il disegno eclettico delle aiuole e degli elementi di decoro esistenti, così come la presenza del tutto disorganica delle magnolie, falsano sia in termini percettivi che stilistici l'asse prospettico centrato sul palazzo per chi proviene da via Farnese: quell'asse che costituisce ancora il più corretto e integro modo di approccio al parco (3.7-8).

E così, se immaginiamo di poter intervenire sul parterre oggi esistente davanti al Palazzo, ci si presenta l'opportunità di una pulitura dalle incongrue presenze odierne (magnolie, bordure) e dell'inserimento - in linea con quanto v'era all'origine, secondo le antiche descrizioni e la pianta di Parma dello Smeraldi - di una terrasse o di uno specchio d'acqua a raso, di estrema linearità, attraversato dal solo percorso che conduce all'atrio, in cui la facciata possa riflettersi. In coerenza con la logica progettuale dei prospettivisti francesi che hanno inteso dare forza all'asse Via Farnese-palazzo, questa proposta restituisce al prospetto il primitivo ruolo di quinta resa permeabile dalla transitabilità dell'androne.

IL PALAZZO DEL GIARDINO. L'architettura eminente all'interno del parco è senza dubbio il palazzo progettato nel 1560-61 da Vignola, e ampliato poi nel Sei e nel Settecento da Bibbiena (3.15) e Petitot (3.12-14, 3.16-19). (NOTA)

Residenza ducale fino all'unità d'Italia, passa da allora al patrimonio comunale per essere ben presto affittato all'amministrazione militare: da Accademia a Scuola di Applicazione per la Cavalleria, diviene infine sede della Legione Carabinieri. E ancora oggi, dopo il trasferimento di questa, rimane assegnato all'Arma che lo utilizza per rappresentanza, residenza e sede operativa. Al palazzo sono collegati numerosi edifici accessori e aree di pertinenza, occupate da parcheggi, autorimesse e campi sportivi in disuso.

Considerata la qualità artistica ed ambientale dell'architettura, l'ubicazione dell'immobile, nonché il suo essere proprietà comunale, viene spontaneo pensare ad un utilizzo il più possibile aperto alla città.

Come conseguenza alcune ipotesi. La più radicale delle quali sarebbe la costruzione in altro luogo di una sede funzionale alle necessità operative dell'Arma. Una via intermedia potrebbe prevedere il trasferimento dalla sede storica esistente entro un blocco da realizzarsi lungo via delle Fonderie (3.39-40) in ampliamento a quello già là esistente. Un'ipotesi di minima - e da ritenersi solo temporanea - sarebbe almeno l'apertura degli spazi di rappresentanza del palazzo, oltre agli edifici accessori ed aree di pertinenza, strategici per una riqualificazione dell'intero settore urbano.

Certo l'Amministrazione civica, proprietaria dei beni, troverebbe nel recupero del piano nobile con il suo straordinario ciclo pittorico, il salone del Plebiscito e la sala d'armi, un arricchimento cospicuo agli itinerari culturali cittadini e occasione per ospitare grandi eventi che troppo spesso ormai, non trovando spazi adeguati nell'ambito urbano, emigrano altrove.

Ma la disponibilità di spazi è tale da indurre il suggerimento di non limitarsi all'accoglimento della sole esigenza di rappresentanza: la porzione ricostruita dopo i bombardamenti dell'ultima guerra e i piani alti hanno caratteristiche e dimensioni congrue per ospitare attività compatibili, importanti per far sì che l'edificio sia museo di se stesso, ma anche un centro vivo, parte integrante alle energie della città.

IL PALAZZETTO SANVITALE. Nel parco ducale esiste un'architettura civile ancora più antica del palazzo del Vignola; un gioiello del primo Cinquecento, l'unico di quell'epoca pressoché intregro a Parma. Si tratta del casinetto Sanvitale, che prende il nome dall'ultima famiglia proprietaria prima della cessione ad Ottavio Farnese. Il duca infatti, nel 1561-62, rileva la piccola villa con viridario che i conti Sanvitale avevano acquistato più di trent'anni prima dai Pallavicino, e ne fa il punto qualificante del lato meridionale del suo nuovo giardino (3.2), insieme alle decorate stanze superiori di porta Santa Croce, sul vertice sud-ovest del parco.

Perdute quest'ultime, oggi resta solo il palazzetto a bilanciare idealmente l'eminenza del palazzo grande a nord. Idealmente, perché di fatto il casino risulta isolato nel contesto verde, e non da oggi: la sua destinazione a residenza per il direttore del giardino, già nell'Ottocento, ha contribuito a renderlo poco permeabile ai percorsi ameni del passeggio e dello svago. E in più ne ha alterato la peculiarità volumetrica, con il sopralzo del fianco sud, per ricavarvi un alloggio (3.22), che ha offuscato lo spicco libero delle quattro torri angolari, un tempo coperte a cuspide (3.21).

La tipologia originaria però è ancora ben leggibile: una sala passante centrale le cui testate affrontate, a mane e sera, si aprono su due logge esterne comprese tra le torri d'angolo. Un impianto molto à la page nel Rinascimento, che Leonardo da Vinci, Peruzzi, Sangallo il giovane e altri maestri adottarono per le delizie suburbane di esigentissimi mecenati. (NOTA)

Ed è proprio questo carattere di raffinato scrigno architettonico che il casinetto Sanvitale - custode di frammenti di dipinti rinascimentali, tra cui i resti di un superbo Parmigianino - mostra ancor oggi, quasi a suggerire il possibile tono di un proprio futuro ruolo, più caratterizzato, all'interno del parco. Perchè infatti non eleggerlo a luogo dello svago colto e raffinato, ma assieme anche dell'otium più elevato, abbinando a programmi di piccole preziose esposizioni l'allestimento di sale da ristoro: caffè, thé, e via dicendo? I tavolini per la degustazione potrebbero trovare nella sala centrale una cornice suggestiva, da estendersi in primavera alle logge esterne e magari a freschi pergolati quale dilatata cornice verso il parco. Mentre le camere laterali, pure elegantemente voltate, fungerebbero da squisite teche per mostre su temi artistici e scientifici, e per materiali di selezionata novità o preziosità storica: spazi espositivi per umanistiche e sperimentali rarità, di richiamo sì pubblico, ma in sintonia con l'aura di rarefatta e l'alchemica piacevolezza propria del luogo.

Così, forse, si otterrebbe quell'integrazione al parco che i meritevoli ma ancora incompleti restauri e le recenti occasionali iniziative non sono riusciti a guadagnare. Un maggiore "aggancio" al contesto, che farebbe inoltre del palazzetto la testata interna di un collegamento ideale tra giardino e Ospedale Vecchio, e ritroverebbe così l'auspicato contrappeso a quel percorso monumentale del margine nord-est, di cui si espone nelle pagine che seguono una proposta di seducente recupero.

RECUPERARE I MARGINI

Dare un nuovo calibro compositivo ai bordi sfrangiati del parco e al tempo stesso trovare più opportuna collocazione per attività ricreative oggi disseminate nel cuore verde dell'antica tenuta: questi sono i criteri guida della proposta che avanziamo da queste pagine, nella reinvenzione di un itinerario culturale e di tempo libero lungo i margini est e nord, cioè quelli un tempo segnati dai terrapieni e dalle cortine delle mura urbiche, demolite tra Otto e Novecento. Una sorta di promenade architecturale tra serre settecentesche, cortili e annessi del palazzo ducale, brani superstiti della cinta fortificata e padiglioni fieristici primo novecenteschi, senza tralasciare l'eventuale riuso di edifici moderni di non particolare pregio stilistico ma di preziosa capacità spaziale (3.29-3.30). Si tratta di disegnare un percorso significativo, nient'affatto neutrale, che con l'aiuto di filari e filtri verdi assegni un diverso ruolo visivo, cioè un diverso affaccio sul giardino storico, a ciascuno di questi elementi, arrivando a schermare le presenze più dissonanti e invadenti.

IL TORRIONE VISCONTEO. Il Torrione Visconteo (3.26) fu per circa quattro secoli porta di accesso al parco. Infatti attraverso di esso - come riferisce la specifica scheda - si transitava provenendo dalla Pilotta e cioè in definitiva dalla parte di città più consistente ed antica. (NOTA)

L'edificio infatti, fino all'inizio di questo secolo, regolava l'accesso alla parte settentrionale dell'Oltretorrente, fungendo da testata ovest dell'antico ponte: ancora secondo il tracciato voluto da Bernabò Visconti nel 1356, il traffico transitava sotto l'arcone di piano terra e raggiungeva il piazzale antistante il giardino (3.25).

La realizzazione nel 1901 del nuovo ponte Verdi - tra i primi importanti lavori in cemento armato in Italia - escluse il torrione dall'itinerario di accesso al parco, scegliendo un allineamento obliquo rispetto all'asta fluviale, in asse tra l'arcata di mezzo dei voltoni del palazzo della Pilotta, appositamente riaperti, e il centro dell'esedra del parco (3.23).

Così oggi l'edificio ha perso l'originaria funzione mentre gli è negato l'affaccio diretto al torrente, dal piazzaletto e dalla balaustra che lo precedono (3.26).

Per ritrovarne l'autonoma identità e l'emergenza volumetrica propria di una torre, sarebbero opportuni alcuni interventi di ritocco all'attacco a terra, che lo riportino ad emergere dal greto. Per riattivarne quindi le potenzialità di punto nodale di percorsi pedonali, si può pensare di rendere passante il piano a terra, eliminando i tamponamenti impropri delle arcate (3.24), utilizzandolo poi per funzioni che ne avvalorino il ruolo di transito, magari eventualmente come centro informazioni turistiche, o altro, e con possibilità di discesa diretta alle golene attraverso il ritrovato portone orientale.

Molto suggestivo sarebbe anche l'accesso alla sommità della torre, ed il recupero della vista dall'alto, irripetibile occasione di abbracciare in un unico sguardo la scena architettonica del complesso delle residenze ex ducali parmensi, poste a cavallo del torrente, e la naturalità di quest'ultimo, magari dall'alto di un delizioso punto di ristoro là attrezzabile.

Insomma un'ulteriore occasione, questa affascinante se pur piccola torre, per rivivere entro la storia della città e contribuire a dotare il giardino ducale delle attrezzature indispensabili oggi ad un parco intensamente frequentato.

LE ARANCIAIE

Edifici pressoché sconosciuti ai cittadini che pur vi transitano assai prossimi, a causa di un utilizzo militare che data quasi dall'unità d'Italia, le aranciaie costituivano un tempo tappa significativa delle passeggiate urbane (3.42).

L'edificio più rilevante è la "Galleria degli Agrumi" (3.36-37, 3.41) realizzata contemporaneamente alla ristrutturazione borbonica del parco attorno al 1760 e consistente, in origine, nella straordinaria sequenza di trenta volte a crociera ripetuta su due navate attigue, concluse a meridione dalla stufa che alimentava la "serra calda" (3.44).

Un' incisione di Pietro Mazza (3.46) ed un apprezzabile dipinto di Guido Carmignani (3.47) dimostrano come ancora alla metà del XIX secolo l'edificio - oltreché assolvere al consueto ruolo di custodire nei mesi freddi la "Vaseria dei Cedri" - fosse assai frequentano dai cittadini, ospitando importanti e periodiche Esposizioni Floreali e, più ancora, entrando a far parte del circuito abituale per l'entourage di corte e la società locale.

La pianta di Luigi Sottili del 1864 (3.38) mostra lo stato dei luoghi al momento in cui l'Amministrazione comunale subentra a quella ducale per affidare,subito dopo, la gestione del fabbricato alla Scuola di Applicazione militare (3.52). A seguito della costruzione del ponte Verdi si ristruttura radicalmente l'accesso orientale al parco realizzando il nuovo viale che conduce - con percorso in discesa - al centro dell'esedra vegetale. Questo comporta la demolizione delle sei campate meridionali dell'aranciaia e della stanza della stufa; inoltre si abbattono le volte a crociera e la pilastrata centrale per sovralzare la copertura, che viene sorretta da capriate metalliche. E anche il ruolo dell'edificio viene svilito. Da un uso ancora botanico (3.50) è poi destinato a palestra, ed oggi finalmente è un garage (3.45, 3.55). (NOTA)

A settentrione della vaseria settecentesca si sviluppa, per centocinquanta metri, un'altra manica, oggi utilizzata per depositi a servizio dell'amministrazione militare. La tipologia evoca ad evidenza una serra, ma il tracciato planimetrico sembra grosso modo coincidere con un lato di quel peristilio che Maria Luigia fece costruire come Foro Boario nel 1837, sul sedime del bastione dell'Aquila accuratamente spianato. E la sequenza di archi a tutto sesto che a sud del padiglione odierno incornicia le finestre sembra coincidere con quella del porticato luigino, stando alla vista che l'incisione pubblicata dal Bombelles restituisce.

Solo reimpiego di fondazioni o inglobamento integrale del manufatto ottocentesco? Il quesito è da risolvere in sede di restauro, saggiando dal vivo le strutture murarie. Comunque pure questa seconda manica, che si estende fino all'attuale Viale Piacenza (3.48-49, 51, 56) subisce un vile destino: convertita presto ad usi di servizio per i militari, oggi emula l'altra più antica, ospitando una rimessa per automezzi.

L'ipotesi progettuale che qui si intende avanzare prende le mosse dai suggerimenti impliciti nella stessa analisi diacronica della vicenda delle serre, riproponendo la consistenza settecentesca della costruzione, con la reintroduzione verso sud di un volume, a tratti reale e in parte virtuale, che va a concludersi nella scarpata vegetale che delimita il novecentesco viale di accesso al parco (3.39-40). Il potenziale compositivo di questa ipotesi va ricercato, prima di ogni altra considerazione, nel fatto che l'estensione dell'aranciera si va a porre come estrema testata orientale della Grande Allée del parco, punto di crisi del progetto petitoniano del giardino a seguito della mancata realizzazione del palazzo Reale.

Come ben emerge dall'evoluzione del progetto del lionese il parco viene disegnato in funzione del palazzo mai costruito, con il gran viale centrale in asse alla residenza.

Con la definitiva rinuncia al nuovo palazzo, il disegno originario di Petitot si indebolisce e la sofferta soluzione realizzata con l'esedra incompleta verso est denuncia ancora l'estremo, quanto frustrato, desiderio del progettista di affacciare il giardino sul fiume.

La soluzione sbilenca realizzata agli inizi di questo secolo con il viale a prosecuzione del ponte Verdi non affronta tuttavia il problema irrisolto del limite verso est al viale centrale.

Non a caso il visitatore del parco viene attratto dall'imbuto dell'esedra e indirizzato al laghetto, non trovando motivo di interesse, né accogliente angolo di sosta e conversazione, nella porzione orientale del giardino.

La sola risposta oggi possibile - rimanendo nel campo degli interventi leggeri tendenti piuttosto alla rivalutazione delle potenzialità inespresse che non all'introduzione di nuovi elementi - va ricercata nell'attribuzione di un nuovo ruolo agli antichi edifici. Riguardo al palazzo si è già detto. Ma vale la pena sottolineare come l'asse via Farnese-Reggia perda vitalità e forza se quest'ultima non è permeabile, cioè attraversabile verso nord lungo le crociere dell'articolato atrio e più ancora, fino a che non diventi essa stessa vivo elemento di attrazione.

Percorso alternativo a tale asse aulico può essere la sequenza delle antiche serre. L'itinerario può iniziare appena entrati da ponte Verdi nel giardino: subito a destra il proposto prolungamento dell'aranciera settecentesca - che riacquisterebbe così l'antica dimensione e più corrette proporzioni - può costituire l'incipit di una sequenza di architetture lineari del tutto inusuali in area padana.

Agli oltre centotrenta metri di sviluppo dell'aranciera settecentesca si sommano infatti i successivi centocinquanta della costruzione otto-novecentesca. L'originalità delle tipologie si arricchisce con lo stimolo di nuove variegate spazialità.

Primo elemento potrebbe dunque essere il volume riproposto, un segno di assoluta semplicità probabilmente coperto a prato - dal momento che il livello della copertura coincide con la quota di calpestio di ponte Verdi - al fine di renderlo invisibile a chi proceda verso l'esedra. Sarebbe l'occasione per risolvere alcune necessità, ad esempio quella di organizzare un punto di aggregazione, sosta e ristoro con dotazione di servizi e piacevole estensione all'aperto. Il tratto coincidente con la proiezione del gran viale sull'aranciera potrebbe infatti essere trattato come un volume virtuale, o forse meglio sarebbe dire vegetale. Una sorta di berceau sotto il quale - in posizione tanto raccolta quanto privilegiata - soffermarsi davanti alla fuga prospettica della Grande Allée, ma anche nodo attraverso il quale accedere agli spazi dell'aranciera settecentesca.

Questi spazi, oggi internamente frammezzati, potranno essere liberati da ogni aggiunta per ritrovare, nella insistita iterazione del modulo strutturale, la qualità originaria.

Discorso analogo può essere proposto per il lungo, più recente padiglione che torna ad essere, in progetto, un unico ambiente dalle inusuali dimensioni di sei per centocinquanta metri. Una delle ipotesi che avanziamo per il recupero di questo ambiente, nel quale si prevede la rimozione delle controsoffittature, prevede la riscoperta delle capriate lignee: questo in vista della possibilità di ospitare attività di tipo espositivo, culturale, didattico; ma, anche ricreativo e/o commerciale, nell'intento di riutilizzare al meglio un patrimonio di grande fascino e considerevole potenzialità. Serre-negozi di fiori, o ristoranti-bar anche a gestione privata, sarebbero assai congeniali ai caratteri di quelle filiformi architetture.

UN TRIANGOLO STIPATO

A settentrione il parco è nettamente definito, fra il XVI e la metà del XIX secolo, da un preciso segno: la cinta muraria della città, munita di ben tre baluardi.

Dopo la demolizione di questi, attuata dal governo Luigino per inventare lavoro d'inverno ai braccianti disoccupati, il ruolo di limite è assunto, con ben minore autorevolezza, dal viottolo che di fuori fiancheggia le mura.

Tra viottolo e mura i fossati, pur essi riempiti nel livellamento dei baluardi, costituiscono una fascia marginale che sarà teatro, nell'arco degli ultimi centocinquant'anni, di interventi incerti e scoordinati. Il catalogo di tali casualità annovera all'oggi: recinti sportivi in disuso e discarica di auto sinistrate, a retro del Palazzo; capannoni e palazzine in caotico assembramento (ex Amnu); stabilimento industriale (ex frigorifero), di recente convertito in albergo; un imponente istituto scolastico ( ) ancora da completare; padiglioni per attività fieristiche (ex Mostra delle Conserve).

Qui si prende in considerazione in particolare un nuovo ruolo per quel triangolo di terreno, la cui ipotenusa rieccheggia un lato del Bastione della Fontana, già ricettacolo intensivo delle edificazioni disorganiche dell'AMNU, oggi prevalentemente abbandonate. Demolite le quali (ad eccezione forse per qualche edificio a filo di Viale Piacenza, oggi utilizzato per attività ricreativo-sportive) l'area potrà essere riaggregata al Parco. Per riconquistarne l'essenziale prerogativa di "vuoto", assieme ai retri del Palazzo che le è prossimo.

Anche il trangolo ex Amnu andrà infatti integrato nel programma unitario, già sintetizzato a pag....., di riorganizzare il margine settentrionale del parco. Cancellando le incertezze della vicenda più recente, ci si riallaccerà così simbolicamente alle perdute mura Farnesiane. Per recuperare, come in quelle, omogeneità di segno e piacevolezza di ininterrotti percorsi. E così nell'area liberata, ed accorpata all'ex galoppatoio della scuola di Applicazione sarebbe affascinante pensare ad una sistemazione a verde che alluda all'originario rilevato erboso del bastione e che schermi dal disturbo acustico di Viale Piacenza (3.27, 3.31).

Così, si è immaginato di stendere una lieve gradonata con terrazzamenti a prato, memore della tipologia settecentesca del massif de gazon, che dai piedi della reggia salga morbidamente verso l'attuale muro di recinzione su via Piacenza, fino ad eguagliarne l'altezza ma senza appogiarvisi. Il pendio infatti si fermerebbe prima, lasciando spazio, tra la sua testata e la cinta esterna, ad una strada alberata orientata est-ovest, con piano di calpestio a livello terra (3.32-34).

Non solo. Sullo scoperto di questo viale interno, infatti, si affronterebbero con portici continui due serie di edifici in linea, uno a sud sotto i terrazzi più alti della gradonata, l'altro a nord a ridosso del muro di cinzione. In entrambi i casi gli edifici gemellati avrebbero un piano di calpestio più basso di quello dei portici e della strada alberata, in modo da guadagnare un'altezza sufficiente per accogliere anche palestre, impianti sportivi vari, o quelle attrezzature per il gioco dei bambini ora sparse impropriamente nel parco storico, oltre a negozi per articoli del settore con i servizi ed i depositi necessari. Ad un livello interrato ancora più basso avrebbe sede un parcheggio a due piani per i fruitori del polo ginnico e del parco in genere.

Quali i percorsi significativi per la continuità nel nuovo margine del parco? Oltre a quello basso alberato, i pedoni ne avrebbero a disposizione altri due in quota, paralleli e affiancati al primo (3.32). Entrambi verrebbero incrociati ortogonalmente dalla rampa che, in asse con l'androne passante del palazzo, taglierebbe il pendio erboso, sorpasserebbe la nuova strada alberata e da lì potrebbe magari valicare viale Piacenza e collegarsi con i quartieri settentrionali; e perfino con gli auspicabili percorsi ciclopedonali provenienti dalla ferrovia e da ponte Bottego (3.33). E' in fondo quell'antica idea di privilegiare il cannocchiale via Farnese-palazzo, e di aprire, in asse, un accesso al parco anche da nord.

Idea vagheggiata già in molti disegni sette e ottocenteschi, in cui figura un grande viale puntato verso la reggia estiva di Colorno.

Si otterrebbe così al limitare del parco un bordo permeabile e filtrante ma al medesimo tempo denso e vivace. Non un semplice muro sordo, ma un margine che abbia profondità e che possa vivere di utili funzioni. E che oltre a connettere percorsi con l'esterno, ne possa cucire altri all'interno del parco. Dal vertice nord delle aranciaie, infatti, le passerelle pedonali in alto e la strada porticata in basso si porterebbero al limite ovest dell'aera ex Amnu, e da lì, con un altro gomito, rientrerebbero verso il parco grazie ad un ipotizzabile edificio trasversale che faccia schermo, col suo fronte inverdito, alle masse edilizie ormai consolidate, da lasciarsi alle spalle. Questa manica di collegamento tutta traforata da portici al piano inferiore e chiusa solo al piano superiore, potrebbe accogliere attività commerciali utili alla frequentazione del parco stesso.

LA CORTINA DELLA FONTANA

Lungo l'attuale viale nord del giardino, tra il fianco del palazzo ducale e l'inizio del polo ex fieristico, rimane un cospicuo frammento della cortina che un tempo congiungeva il bastione della Fontana a quello dei Fiori. Oggi la vista del relitto, per chi percorre il viale interno al parco, risulta del tutto falsata, a causa della demolizione del terrapieno che si addossava al muro, e che, alberato in doppia fila, nel XVIII secolo era diventato un pubblico passaggio (3.76). Ma l'area su cui insisteva il terrapieno è ancora libera, seppur degradata, e offre l'occasione per ritrovare - al di là dell'ipotesi minima di una semplice ripulitura del manufatto dai rampicanti e dagli alberi infestanti (3.69) - il corretto rapporto visivo tra muro e parco. Perchè infatti non riproporre un volume con profilo e ingombro identici a quello originario (3.70), senza però intaccare il prezioso reperto? Così, trattando a verde il bordo del terrapieno reinventato, si potrebbero ricavare all'interno affascinanti spazi ipogei (3.71-72), magari per attività di supporto alla gestione del parco, quali serre e servizi botanici, illuminati dall'alto e da una vetrata celata, affacciata discretamente sulla cortina rinascimentale (3.73).

Ma questa sarebbe apprezzabile anche, con inedita prospettiva, dall'alto del nuovo terrapieno su cui proseguirebbero i percorsi in quota previsti nella sistemazione delle attigue aree, come illustrato ai paragrafi specifici. Infine, più suggestiva ancora risulterebbe quella del fronte esterno (3.74-75) con i caratteristici elementi del toro e della scarpa (3.77-78). Ed è proprio questa facciata che verrebbe visivamente recuperata con la realizzazione della gradinata erbosa a tergo del palazzo, una volta liberata l'area attigua dai degradanti utilizzi odierni. La parte più orientale del prato a gradoni, infatti, prospetterebbe su di essa, quasi suggerendone un ruolo d'impareggiabile fondale per spettacoli all'aperto, godibili da quei palchi verdi.

I PADIGLIONI DELL'EX FIERA

Tre gli edifici che costituiscono l'ex sistema fieristico sul bordo nord del parco (3.79), edificati a cavaliere di quel che, ancora alla fine del secolo scorso, era la cinta fortificata cinquecentesca con relativo terrapieno, e che nel XVIII secolo fu corredata di una bellissima passeggiata in quota fino a porta Santa Croce. In virtù delle specifiche peculiarità formali e strutturali, essi denunciano i differenti momenti in cui sono stati realizzati (3.80), pur nell'omogeneità loro conferita dall'allineamento dei fronti meridionali (3.81).

Al progetto generale per il quartiere fieristico, elaborato nel 1935 dall'architetto Robuschi e conservato al CSAC (vedasi più avanti la scheda), può riferirsi l'edificio realizzato tra il '39 e il '40, di cui si sono ritrovati taluni disegni a firma dell'ingegner Pescatori, ma che altre fonti attribuiscono sempre a Robuschi. (NOTA)

Si tratta di un blocco impostato su di un rettangolo allungato, nei caratteri ancor memore del Palazzo dell'Arte di Muzio.

Il prospetto è recinto da un colonnato privo di trabeazione, interrotto in corrispondenza di un portale assai enfatizzato, e che risvolta ad emiciclo sul fianco orientale (3.82) affacciato in direzione del palazzo settecentesco. A circa 11 metri di altezza una cornice conclude il prospetto, a mascherare la dimessa copertura a due falde (3.83). Gli interni, anonimi, hanno consentito senza traumi l'allestimento del teatro delle Briciole, meritoria istituzione che anima i margini disaggregati del parco (3.84). Sul versante settentrionale, l'addizione di volumi secondari e incongrui ha saldato il blocco principale (3.85) al preesistente muro di recinzione della Fabbrica del Ghiaccio.

Il secondo padiglione dell'Ente Fiera risale agli anni '50. E' un parallelepipedo regolare (3.92), con l'unica trasgressione, sui fronti minori, di due porzioni emergenti di circa un metro dal filo della facciata. Operando idealmente una ripulitura interna dalle controsoffittature e dalle pareti divisorie, conseguenti all'attuale adattamento da padiglione fieristico ad aule universitarie, affiora un'ossatura strutturale curiosa, quasi accattivante. Una serie di costolature trasversali dal profilo interno ogivale regge la copertura nella porzione più vasta del padiglione.

Procedendo verso ovest ecco il terzo edificio (3.94), degli anni '60, in seguito compresso da altri fabbricati casuali e di scarsa consistenza, che sarebbe opportuno abbattere (3.96). Il corpo principale è organizzato secondo un impianto grosso modo basilicale, con spazio centrale a doppio volume, su cui affaccia una coppia di navate laterali a doppio livello (3.95).

Attualmente è destinato a palestra.

Nella proposta progettuale, quindi, per i tre padiglioni il primo atto è la depurazione delle stratificazioni mortificanti. Quindi, assieme alla reinvenzione dei ruoli, l'idea guida è la ricucitura dei blocchi, per amalgamarli in quella continuità di percorsi ed omogeneità di utilizzi, che è sigla dell'intero sistema, dall'avvio presso le aranciaie settecentesche alla fine sull'opposto cancello, all'estremità occidentale.

Ma quali funzioni per il nuovo bordo del parco? Suggerimenti utili possono anche scaturire riflettendo sull'utilizzo attuale di alcuni padiglioni. Nel Robuschi l'attività teatrale; in quello centrale l'uso quale aula universitaria per .... posti.

Possiamo allora immaginare un articolato centro per congressi e spettacoli (cinema, teatro, musica) con aule di diversa capienza, da insediarsi sia negli edifici esistenti, che nei nuovi, da realizzarsi ad esempio al di sotto del parterre gradonato.

Ma che si possa integrare anche con altre attività, vuoi espositive o cultural-commerciali nelle aranciaie; o sportivo-commerciali, ancora, sotto il parterre a retro del palazzo. Il sistema congressuale troverebbe poi il suo epicentro rappresentativo nel palazzo stesso, una volta liberato e destinato ad un utilizzo culturale aperto.

All'omogeneità delle nuove funzioni potrà corrispondere, sotto il profilo architettonico, una continuità formale coerente. Il fronte settentrionale si unifica nel percorso che allaccia i singoli padiglioni: un lungo nastro illuminato dall'alto, una fioriera continua ad inverdire il diaframma cieco che escluda chi vi cammina dalla disomogeneità dei volumi contigui.

Il nuovo prospetto meridionale verso il parco è invece chiamato a mediare la presenza degli attuali blocchi troppo scoperti ed isolati, spaesati nell'affacciarsi sulla quieta geometria del parco.

Specialmente durante l'inverno, nemmeno la massa dei tronchi maestosi riesce a cancellare quello skyline invadente, perfino agli occhi di chi lontano quasi centocinquanta metri percorre il viale centrale del parco.

Si immagina pertanto uno schermo verde di rampicanti su supporti grigliati ancorati ad uno scheletro metallico, che fasci i padiglioni con un omogeneo tessuto di foglie.

Fulcro del nuovo sistema che si intesserà tra padiglioni, percorso e parco, divengono gli slarghi tra un edificio e l'altro (3.89). In loro corrispondenza, infatti, il tracciato a nord si dilaterebbe in sorta di piazze interne o grandi serre verdeggianti, coperte da strutture leggere in ferro a reggere velari di totale luminosità.

La dilatata spazialità, la stessa che caratterizzava le grandi serre ottocentesche, assolverebbe ad una duplice funzione. Connettere i padiglioni ristrutturati, diventandone i veri foyer; fungere da tramite permeabile tra la città esterna a nord e il parco a sud, che così fisicamente paia prolungarsi all'interno delle stesse hall-serre ad arricchirne lo spazio.

Questa operazione di immedesimazione col parco potrebbe trovare ulteriore sostegno nell'idea di traslare qui l'apparato marmoreo originale di statue, vasi e raffinati basamenti che Jean Baptiste Boudard (NOTA) e Alexandre Ennemond Petitot, nel ruolo rispettivo di scultore e architetto a servizio della Corte, posero tra gli alberi ed i viali del giardino (3.88). Un delicato patrimonio marmoreo che necessita di un improcrastinabile trasferimento, con la conseguente sostituzione in loco di calchi. Lo consigliano i ripetuti gesti vandalici che hanno più volte ferito le sculture; ma soprattutto lo impone l'erosione progressiva e profonda provocata dagli agenti atmosferici che condanna, irrimediabilmente e a breve, i marmi ormai porosi e consunti. Ed in più la collocazione all'interno delle serre verdi, quasi grandi giardini protetti, consentirebbe di mantenere, alle raffinate sculture, la verdeggiante ambientazione per cui, appositamente, furono inventate e scolpite.

L'OSPEDALE VECCHIO

Tredici arcate rinascimentali affacciate sul tratto di via Emilia, chiamato oggi via D'Azeglio, che attraversa il quartiere dell'Oltretorrente. A tergo, una grande edificio a crociera, su due livelli, che originariamente doveva dividere con i suoi quattro bracci uguali, adibiti a gallerie ospitaliere, altrettanti chiostri quadrati e gemelli a doppia loggia (3.102): queste in breve, le peculiarità urbane e architettoniche dell'Ospedale Vecchio, cioè l'antico Ospedale Rodolfo Tanzi (NOTA). Peculiarità che permangono, nonostante la perdita della simmetria monumentale dell'impianto originario, e che anzi risultano accresciute a seguito degli ampliamenti intervenuti successivamente, tra la fine del Cinquecento e la metà dell'Ottocento (3.101, 3.103).

Un ragionamento ponderato sul recupero di significato e d'immagine del polo urbano intorno al parco ducale dovrebbe includere opportunamente anche il complesso dell'antico ospedale. Situati entrambi in Oltrettorrente, infatti, la loro relazione - storica e attuale - non è esemplificabile solo nella stretta contiguità fisica. L'osservazione di una qualsiasi pianta della città antica fino all'Ottocento - ma in fondo anche di una della città odierna - ne spiega il motivo: nel 1561, il muro meridionale del nuovo giardino del duca Ottavio Farnese assegna perentoriamente un margine superiore continuo al settore nord dell'Oltretorrente, cioè proprio a quel comparto cittadino di forma trapezoidale e di trama edilizia diradata, delimitato a sud da strada maestra di Santa Croce (via D'Azeglio), al centro del quale campeggiava e campeggia il fuori scala dell'antico nosocomio (3.9-3.10). Oggi, però, quest'ultimo non risulta solamente l'insediamento più importante dell'intera area, capace di reggere il dialogo con l'eminenza monumentale della corte estiva ex-ducale. Molto di più: ne costituisce potenzialmente un terzo preziosissimo "aggancio" fisico al contesto urbano, oltre a quelli di piazza Santa Croce e di via Farnese, agli estremi est ed ovest. Proprio grazie alla sua posizione e alla sua conformazione planimetrica, l'Ospedale Vecchio rappresenta il tratto di collegamento baricentrico tra il parco e la via Emilia urbana: una collocazione troppo strategica per non essere valorizzata all'interno di un progetto di riqualificazione urbana incentrato sugli elementi connettivi e sul disegno di percorsi significativi. Così, il lungo portico rinascimentale, con inserzioni barocche, che prende tutto l'ordine inferiore della facciata della grande fabbrica ospedaliera, può essere percepito come il virtuale affaccio del giardino ducale su via D'Azeglio (3.104): una atrium sul filo di strada che trova i suoi pendants prima nel parallelo braccio ovest-est della crociera e poi nel viale meridionale del giardino stesso, con i quali è rispettivamente collegata e collegabile tramite l'impressionante galleria coperta costituita dal braccio perpendicolare della crociera stessa, quello orientato da sud a nord (3.106). L'idea è insomma quella di una sorta d' "inspessimento" e di potenziamento di tutto il margine meridionale dell'area del parco, capace di bilanciare la densità di funzioni previste nel descritto progetto di riqualificazione del margine nord-orientale del giardino, dalle antiche aranciaie ai padiglioni dell'ex Fiera.

Così inquadrati, il recupero e l'apertura alla città delle gallerie - sia inferiore che superiore - della crociera ex-ospitaliera, e la loro connessione al parco di Ottavio, assumono anche il significato di un programma memore della costante preoccupazione dei duchi di Parma per la difficile rivalutazione generale dell'Oltretorrente, da sempre relegato a "quartiere ignobile della città", come registravano ambasciatori e viaggiatori in piena epoca farnesiana (NOTA).

Non è questa la sede per indicare una linea d'intervento esclusiva e definitiva secondo cui riattivare le potenzialità di un luogo tanto stratificato e dei suoi spazi più pregevoli: la nostra proposta per l'antico ospedale, dunque, si limita ad enucleare i criteri ritenuti irrinunciabili per un intervento corretto, che non scavalchi e deprima le vocazioni intrinseche e le valenze architettoniche del luogo in nome d'impellenze d'uso attuali, forse non assecondabili compiutamente all'interno di queste vetuste mura.

Anzitutto, quindi, va condivisa la sua progressiva caratterizzazione a polo culturale, avviata fin dal 1946, quando l'Archivio di Stato si trasferì qui dalla Pilotta duramente bombardata e comunque satura già allora di libri, quadri, statue ed antiche carte. Una caratterizzazione corroborata in seguito dall'insediamento delle maggiori raccolte documentarie e librarie civiche, che se ha fornito l'occasione per recuperare, negli ultimi decenni, alcuni ambienti generosi di atmosfere seducenti, ha però finito per configurare una situazione di congestione analoga a quella da cui l'Archivio proveniva. Dunque, oggi, i principali "inquilini" dell'Ospedale Vecchio si ritrovano ad aver già quasi riempito un contenitore ritenuto inesauribile appena cinquant'anni fa. Con negative previsioni per il futuro: gli enti archivistici e bibliotecari di cospicue dimensioni, infatti, richiedono una continua espansione non solo delle sale per la consultazione, ma anche dei locali d'uso non destinati al pubblico, cioè uffici, laboratori e soprattutto depositi per il materiale cartaceo. Così, l'eccellenza spaziale della crociera superiore e l'amenità del chiostrino quattrocentesco (3.105), potrebbero parere ora esclusivo supporto logistico al polo archivistico; destino del resto prospettato anche per la crociera inferiore, quando sarà liberata dalle officine comunali di prossima dismissione. Il rischio è quello di una completa sottrazione ai percorsi urbani degli ambienti più straordinari dell'antico nosocomio, luoghi storici sorprendenti, ben altrimenti capaci di partecipare all'offerta di qualificati servizi e alla definizione del tono architettonico della città. Una perdita che sarebbe peraltro compensata solo da un temporaneo rinvio e non certo dalla soluzione definitiva, dell'endemico problema della carenza di spazi per un'ordinata sistemazione di filze, codici e volumi a stampa. L'esperienza dei "condòmini" rimasti in Pilotta, nuovamente paralizzati nonostante il trasloco dell'Archivio di Stato e la ricostruzione post bellica, non può lasciare dubbi.

Per evitare, dunque, che l'Ospedale Vecchio diventi una seconda Pilotta, se pare inopportuna l'ipotesi di un completo trasferimento, verso nuove sedi, degli Enti culturali ora maggiormente ivi stipati, va invece considerata la possibilità del distaccamento di loro sezioni cospicue in luoghi opportuni, quali potrebbero essere alcuni edifici produttivi dismessi, nella periferia primo novecentesca, di proprietà pubblica o privata. Qui sarebbe spendibile una più ampia libertà progettuale per ricavare tutti gli spazi necessari al riordino e alla crescita delle raccolte archivistico-bibliotecarie, e soprattutto per attrezzare i depositi con i più aggiornati requisiti tecnologici atti alla migliore conservazione di quel patrimonio. Anche per le carte vale il suggerimento lanciato tanti anni fa da Giovanni Astengo quando invitava a trovare nella riqualificazione della periferia le soluzioni dei problemi assillanti il centro storico. Ed è la strada già sperimentata fruttuosamente a Parma con il distaccamento dello C.S.A.C. nel padiglione Nervi, e della sezione musicale della Biblioteca Palatina presso il Conservatorio.

Per l'Ospedale Tanzi una simile opzione scongiurerebbe un altro pericolo, altrimenti ivevitabile: la progressiva marginalizzazione, all'interno del grande complesso, di quei soggetti minori - circoli ricreativi, associazioni culturali, gruppi volontaristici - che rappresentano una seconda, non trascurabile anima, e il cui peso andrebbe anzi potenziato come spina peculiare dell'identità dell'Oltretorrente.

Ma soprattutto, la decongestione del plesso ex ospitaliero permetterebbe di avvicinare l'ipotesi di un'apertura dei suoi ambienti più affascinanti ai percorsi cittadini: perché non pensare al chiostrino quattrocentesco come una deliziosa piazzetta urbana, tutta porticata, dove fermarsi per conversare o per riposare; e magari anche degustare seduti a un tavolino? Esso sarebbe anche significativo ingresso ad uno spazio di vocazione urbana ancora maggiore: la crociera inferiore. Due lunghissime enfilades a doppia navata, con pilastri centrali e volte incrociate, attualmente adibite a rimessa ed officine (3.109), che potrebbero invece accogliere, nei bracci trasversali est-ovest, nuove sale di lettura per emeroteca, biblioteche civiche e archivio comunale, oppure locali ricreativi, e offrire con il braccio nord-sud, ripulito dagli incongrui tramezzi, una suggestiva passeggiata al coperto (3.108), distesa dai negozi di via D'Azeglio al polmone verde del parco ducale.

Qui sarebbero ospitabili occasionalmente anche esposizioni o spettacoli di teatro sperimentale o concerti; comunque funzioni che prevedano attrezzature "leggere" e temporanee e che permettano di conservare ed apprezzare questi ambienti nella loro unitarietà.

Sono questi i criteri che dovrebbero, infine, regolare anche l'apertura dello spazio più straordinario dell'Ospedale Vecchio: la crociera superiore. Questa, davvero, una latente galleria a respiro urbano, senza eguali, in cui le slanciate lesene a muro e le traforate volte ad unghia del Settecento, conferiscono speciale eleganza all'impianto architettonico rinascimentale. Il trasferimento dell'attuale ingombro delle alte scaffalature per i documenti (3.113) restituirebbe tout court la percezione integrale e unitaria di questo invaso ammaliante (3.114), lasciando spazio a funzioni rispettose di tale esigenza e aperte all'esterno: o attività ancora legate al polo archivistico-bibliotecario, ma anche declinate sul versante più "pubblico" della consultazione e della divulgazione culturale; o, insieme, anche attività diverse, efficaci a trovare un aggancio stretto con la città, e plausibili dal punto di vista economico.

In un altro ospedale storico dismesso, il Santa Maria della Scala a Siena, l'obiettivo di coniugare cultura ed economia è stato programmato dall'Amministrazione Comunale proprietaria, per evitare una specializzazione museale che potrebbe risultare alienante (NOTA).

E così a Siena convivranno nelle antiche corsie ospedaliere le preziose raccolte dei fondi oro con la vitale presenza di chi può studiare nelle biblioteche, o frequentare confortevoli punti di ristoro, o ancora esercizi commerciali specializzati nei settori della produzione locale.

Perchè quindi non immaginare che anche a Parma, nella grande crociera ed al piano inferiore dell'Ospedale della Misericordia, oltre a chi frequenta archivi e biblioteche sia attratto anche il cittadino che vuol vivere in un più ampio spettro di interessi la propria cittaà?

Questi spazi storici affascinanti assurgerebbero così ad irripetibili gallerie urbane, sorta di grandi soggiorni civici - e civili - su cui affacciare gli ambienti specializzati di biblioteche, archivi, musei, negozi, bar e così via.

Ma tanti altri utilizzi si potrebbero proporre, di diversa valenza, affascinanti e vitali. Purchè legittimati dal rispetto per la sigla unitaria della grande crociera . E da coordinarsi possibilmente con le rassegne e le manifestazioni che, vogliamo immaginare al più presto si potranno allestire al parco ducale: nel palazzetto Sanvitale, nell'ex Fiera, nelle recuperate aranciaie. Proprio quel parco ducale verso il quale l'Ospedale Vecchio si è spinto sempre più, nel tempo, con l'assimmetrica crescita del braccio nord della crociera, la cui testata esterna presenta ancor oggi ammorsature (3.112) che quasi alludono ad un'agognata, ideale proiezione definitiva verso i parterres ed i boschetti di Petitot e colleghi.