| Derelict lands, sono le aree abbandonate per antonomasia: un'espressione ormai corrente per indicare le aree protoindustriali dismesse che a ritmo crescente si sono accumulate nelle città europee contemporanee, ai bordi dei centri storici. Anche Parma ha le sue. Nel settore nord-orientale del circuito delle antiche mura demolite, vennero installati, tra Otto e Novecento, il Nuovo Macello, il Gasometro, lo zuccherificio Eridania, il Consorzio Agrario. Tutti questi insediamenti produttivi sono oggi chiusi e costituiscono un arco urbano ininterrotto, a cavallo tra città antica e prima periferia, ricco di suggestivi edifici duttilmente riconvertibili in capaci contenitori di attività e funzioni che ora soffocano nel centro storico. Il complesso dell’ex zuccherificio Eridania, patrimonio collettivo già dal 1981, è un caso esemplare di riappropriazione urbana di una area produttiva tanto prossima al centro antico. Ma il processo va portato a termine; la grande industria abbandonata, il fascino del suo interno svuotato e la bella ciminiera offrono molteplici suggestioni. La stessa obsolescenza, quell’aspetto da enorme rudere immerso tra gli alberi, i vecchi manufatti circostanti semisepolti dalla vegetazione, conferiscono al luogo un’involontaria atmosfera da parco romantico, quasi fossero delle false rovine. Un verde abbondante e pregiato, una rara testimonianza dell’archeologia produttiva parmense, da sempre legata alla lavorazione del prodotto agrario: questo significa l’ex Eridania per un disegno di recupero che ne rispetti il grande vuoto interno: forse un destino museale legato alla storia dell’industria agroalimentare, o all’arte contemporanea, oppure una vasta serra che fissi l’immagine attuale della rovina invasa dalle fronde; o ancora una galleria urbana, su cui affacciano attività commerciali e ricreative, come cuore dell’intero nuovo parco, ampliato verso l’area agricola limitrofa, su cui recuperare i segni della centuriazione romana e dei tradizionali filari a confine tra i campi. Gli accessi sarebbero facilitati dall’innesto a nuovi percorsi ciclopedonali ricavati, come si vedrà in seguito, lungo la massicciata ferroviaria e, in futuro, da un possibile ingresso dalla via Emilia attraverso l’adiacente polo produttivo della Barilla, di prossima dismissione. |
Questo programma prende finalmente corpo a partire dal 1890, quando hanno inizio alcuni interventi, dapprima isolati e giustificati soprattutto dall'esigenza di creare opportunità di lavoro per le classi meno abbienti, poi, con il passare del tempo, sempre più lucidamente mirati ad una espansione della città oltre il limite delle mura. Lo sviluppo industriale della città coincide dunque con lo smantellamento della cinta muraria, che rende immediatamente e facilmente accessibili alcune aree strategiche, quali ad esempio quelle poste a nord-est, favorite dalla vicinanza con la stazione ferroviaria.
Qui sorge nel 1898 la fabbrica della Eridania, primo esempio di uno sviluppo industriale che presto caratterizzerà fortemente questo settore di città. Nonostante infatti i programmi di sviluppo testimoniati dal PRG del 1937, che prevedeva la realizzazione di un insediamento residenziale basato su una tipologia a villette (10.3), secondo lo schema non certo aggiornato della città giardino, questo settore rimarrà per lungo tempo segnato da una forte presenza di attività industriali, anche se l'espansione edilizia a carattere residenziale occuperà nel tempo ed in modo pervasivo gli spazi lasciati vuoti dagli insediamenti produttivi. La destinazione a "zona residenziale di completamento" è riconfermata anche dal PRG del 1969, che prevede inoltre anche una nuova viabilità per l'area e la creazione di nuovi servizi a livello di quartiere. (10.4)
Negli ultimi anni si è poi sviluppato nei pressi dell'area un importante polo scolastico costituito dal istituti ITIS - IPSIA, a cui si è aggiunto recentemente il complesso scolastico progettato dall'Arch. Costantino Dardi. Attualmente questo settore è interessato da un marcato fenomeno di dismissione dei maggiori impianti industriali esistenti, di cui l'Eridania rappresenta ad oggi forse il caso più eclatante, sia per la sua dimensione, sia per la sua destinazione ad usi sociali. Essa è infatti stata destinata fin dal 1981 a parco pubblico, rappresentando così un primo esempio di riappropriazione di un'area strategica da parte della città. Come risulta dagli schemi di lettura approntati, essa rappresenta un tassello importante in quel sistema di spazi verdi ormai consolidato, costituito dall'ex macello e dalla stessa Eridania, strettamente connesso con un ampia area a destinazione agricola, quasi casualmente rimasta libera all'interno di una zona fortemente e disordinatamente urbanizzata (10.6). Le alberature attualmente esistenti all'interno dell'area dismessa, disposte per lo più in corrispondenza dei percorsi di attraversamento o lungo i confini, già si configurano come una realtà ambientale di un certo pregio, sia per quantità che per qualità e varietà delle essenze. L'accessibilità all'area risulta invece alquanto critica, condizionata com'è dalla presenza dei viali di circonvallazione, che con il loro intenso traffico rappresentano un ostacolo, psicologico oltre che fisico, ben più difficile da superare delle mura abbattute. Come le maggiori attività industriali cittadine, anche la fabbrica dell'Eridania è fortemente legata alla matrice agricola dell'economia locale, rivolta com'è ai processi di trasformazione dei prodotti della campagna circostante.
Essa addirittura interagisce con la realtà contadina, stringendo accordi preventivi con i produttori locali per garantirsi le necessarie quantità di un prodotto estraneo alla tradizione locale e che la fabbrica stessa contribuisce ad introdurre. Essa rappresenta una emanazione della grande industria dello zucchero, una sorta di "avamposto", centro di raccolta di una vasta area di produzione, organizzato in sistema con le altre fabbriche situate strategicamente nelle altre realtà produttive della pianura padana (10.10). Della metafora militare ha anche l'indifferenza al sito: con essa infatti si introduce nel paesaggio agricolo una tipologia edilizia completamente nuova, realizzata secondo modelli derivanti direttamente dalla manualistica tedesca, a quell'epoca all'avanguardia nella realizzazione di tali complessi. In essi l'architettura è strettamente funzionale all'attività produttiva, perdendo ogni interesse per qualsiasi fine comunicativo o autocelebrativo.
La stessa organizzazione planimetrica si ripete qui come in altri centri produttivi, sottolineando ancora una volta come le particolarità del luogo non rivestano alcun interesse per i progettisti. La documentazione fotografica dell'epoca (10.9-10.11), oltre a rimarcare la ricorrenza del modello, riscontrabile anche in altre fabbriche, ci mostra l'evoluzione del complesso, fino ad arrivare alla sua configurazione attuale: un lungo edificio contenente la linea produttiva vera e propria, con i macchinari disposti su tre piani; i fabbricati immediatamente vicini destinati alle officine per la riparazione dei macchinari, i depositi per lo zucchero, il magazzino scorte, la rimessa per la locomotiva ed il laboratorio per l'analisi delle barbabietole; collegati all'attività produttiva, le vasche di raccolta delle barbabietole, poste all'estremità del complesso da cui inizia il processo di trasformazione. Della frenetica ed incessante attività lavorativa è rimasto questo rudere affascianante, cui l'eliminazione dei solai intermedi, avvenuta al cessare dell'utilizzo produttivo, ha donato nuove valenze spaziali (10.18-10.19-10.25). Il grande corpo centrale dilatato in altezza, con le sue slanciate finestrature laterali, si presenta infatti a noi come una sorta di grande spazio basilicale, in parte invaso, per l'incuria e l'abbandono, da una vegetazione sempre più invadente: una sorta di "San Galgano" dell'archeologia industriale che attende ormai da troppi anni nuove funzioni e nuovi usi.
Lo stesso parco in cui è immerso, e di cui rappresenta una sorta di "lato oscuro", parzialmente coperto dalla vegetazione e malamente recintato da una rete metallica forzata in più punti, rappresenta una interessante, anche se forse involontaria, riproposizione in chiave moderna delle suggestioni del parco romantico, dove, al posto di ruderi classicheggianti, si incontrano, ben integrate nel verde, le tracce dei binari ferroviari che un tempo collegavano la fabbrica alla ferrovia, lacerti di pavimentazioni in cemento, piccoli manufatti diroccati, un tempo a servizio dell'attività produttiva.
Le suggestioni provenienti dalla fabbrica abbandonata sono, come abbiamo visto, molteplici: esse provengono non solo dalla sua storia ma anche, e forse soprattutto, dalle relazioni che il tempo ha instaurato tra l'opificio e la città, oltre a quelle che la sua "ruderizzazione" (10.29-10.31) ha introdotto, come valore aggiunto, alla più banale tipologia originaria. Queste rappresentano il materiale fondamentale attraverso cui prendono corpo le proposte di recupero e rifunzionalizzazione: d'altronde la conoscenza (e la coscienza) del luogo servono proprio ad indicare le parti da sottoporre all'intervento ed ad individuare, selezionare e conservare le tracce (non solo fisiche) significative della sua memoria.
Occorre sottolineare ancora una volta come le proposte progettuali che scaturiscono dal nostro lavoro non vogliono fornire soluzioni preconfezionate, svincolate da un necessario dibattito che coinvolga tutta la città, ma vogliono rappresentare una lettura profonda dei temi portanti per la comprensione della realtà urbana, tentando di cogliere quelle valenze già presenti tra le righe del "testo" urbano: rivelazioni dunque, più che invenzioni. Proprio l'enfatizzazione dei caratteri specifici dei manufatti della vecchia fabbrica consigliano di attribuire allo spazio del fabbricato principale, nella sua singolare dilatazione, il ruolo dominante, lasciando il grande vano prevalentemente vuoto (10.24). Le funzioni ipotizzate per il suo riuso sono quelle strettamente compatibili al mantenimento delle sue particolarità spaziali. Particolarmente suggestivo potrebbe essere un suo utilizzo a funzioni museali legate ai temi dell'archeologia industriale: in questo modo infatti il fabbricato diverrebbe, coerentemente al suo valore di testimonianza fisica, museo in sé, pur continuando ad avere una funzione specifica di produzione di sapere. Il tema dell'archeologia industriale verrebbe inoltre trattato in modo esteso, e non solo limitato al settore saccarifero: traendo spunto dalla sua localizzazione, all'interno di un settore urbano storicamente interessato da importanti insediamenti industriali, l'attività di documentazione e ricerca potrebbe con ragione espandersi ad altri settori dell'attività manifatturiera, andando a coinvolgere una parte di storia urbana.
L'immagine attuale del vecchio opificio, fagocitato dal mondo vegetale che ha ripreso possesso del sito trasformandolo in una sorta di antro naturale (10.22), suggerisce come compatibile anche un suo utilizzo a serra (10.27-10.28). Tale uso ne riproporrebbe il fascino odierno, consentendone al tempo stesso la conservazione. La funzione interna si espanderebbe all'esterno, nel parco (10.30), creando una continuità capace di legare ancora più intimamente "natura" ed "artificio" in un unicum di grande effetto.
Si può inoltre pensare, in alternativa alle proposte precedenti, ad un suo utilizzo a galleria urbana, all'interno della quale possono trovare posto attività commerciali e ricreative che ne facciano il cuore pulsante dell'intero nuovo parco. Le necessarie trasformazioni edilizie, le aggiunte impiantistiche, la progettazione dei punti di vendita e degli spazi comuni dovranno naturalmente tenere conto delle particolarità della preesistenza, evitando la volgarità e la banalità delle più comuni realizzazioni. I padiglioni secondari, funzionalmente legati a seconda delle necessità al fabbricato principale o al parco e comunque strettamente integrati al disegno del verde esistente, potranno essere collegati mediante esili corridoi vetrati per ottenere una continua e ricca articolazione degli spazi, senza per questo interrompere una corretta percezione visiva di insieme.
Lo stesso rigore filologico nell'approccio progettuale applicato agli edifici della fabbrica viene naturalmente esteso a tutta l'area. Il parco, già dotato di un suo specifico carattere e di una sua particolare identità, verrà conservato nello stato attuale: il vuoto, il non edificato è, in questo come in altri casi, connotato significativo ed irripetibile da salvaguardare e valorizzare (10.35-10.36). Tutte le testimonianze della passata funzione produttiva vengono conservate, per divenire materiali da riutilizzare nella nuova proposta progettuale, in grado di ridefinire per essi un nuovo ruolo e soprattutto un nuovo senso. E' il caso ad esempio dei piccoli ruderi sparsi all'interno del parco, o delle grandi vasche poste nelle immediate vicinanze del fabbricato principale, punto di inizio del ciclo di trasformazione. In esse venivano scaricate e raccolte le barbabietole da zucchero, per poi venire avviate alle successive lavorazioni. Attualmente esse presentano una fitta vegetazione cresciuta al loro interno che le rende quasi completamente intellegibili (10.33).
Una volta ripulite e ripristinate, esse ritorneranno ad essere quel tassello attualmente mancante per la comprensione dell'intero ciclo produttivo. In modo analogo si pone il problema del recupero dei fabbricati di servizio esistenti. Essi oggi hanno destinazioni casuali ed utilizzi episodici e non organizzati: nel magazzino doganale vecchio, ad esempio, è stata ricavata una palestra (10.38-10.39) a servizio del quartiere, mentre un ulteriore magazzino accessorio versa attualmente in uno stato di precaria conservazione (10.40-10.41). Risulta immediatamente evidente che tali fabbricati, di qualità tutto sommato modesta, hanno importanza soprattutto per il loro valore documentale, in quanto inseriti all'interno di una "macchina" produttiva, dove ogni "ingranaggio" ha una sua importante funzione. Gli interventi di recupero sono comunque rispettosi delle preesistenze (10.44). Le operazioni ipotizzate sono principalmente quelle di un recupero funzionale degli ambienti attualmente non utilizzabili, oltre al ridisegno di una parte dei percorsi, necessari per collegare il parco esistente con la nuova addizione (10.42). Il nuovo asse di collegamento attraverserà l'edificio attualmente occupato dalla palestra, collegando quest'ultima in modo ancora più stretto alla porzione di verde più a contatto con il polo scolastico.
L'area a verde esistente trova poi un naturale proseguimento ed espansione nella zona agricola posta nelle immediate vicinanze, per la quale si prevede la trasformazione a verde pubblico. Il nuovo disegno di quest'area tiene conto della memoria della sua precedente destinazione agricola, riproponendo in una parte di essa gli orti urbani, e ripristinando assi e direttrici della preesistente centuriazione romana. A questo orientamento si conformano gli stessi assi principali dell'intero disegno dell'area, ortogonali tra loro, quasi cardo e decumano, che connettono ed organizzano gli spazi preesistenti con i nuovi. Grande importanza assume il percorso di attraversamento longitudinale dell'area, che connette il futuro parco e le funzioni in esso contenute con la viabilità a scala territoriale di via Mantova (10.42).
Le nuove funzioni strettamente legate al vicino polo scolastico e alle funzioni ricreative dell'area a verde, vengono ospitate ed organizzate all'interno di bassi padiglioni, attestati sull'asse principale. Nei padiglioni troveranno posto una sala teatrale e spazi destinati a scuola d'arte e di scenografia, a conferma della vocazione scolastica del comparto (10.46).
L'architettura di questi edifici sarà discreta senza essere anonima, per sottolineare la loro funzione di servizio al parco e di contrappunto al percorso. L'uso di alti porticati, come nel caso del progetto per Brera di Terragni (10.47), destinati agli spazi di distribuzione, servirà ad alleggerire le masse murarie, per rendere queste architetture le più leggere possibili. Alle spalle dei padiglioni e a servizio di questi e dell'intero parco, si ipotizza la realizzazione di un grande parcheggio, integrato al parco grazie a filari alberati. L'area nel suo insieme così recuperata e ridisegnata, troverà una nuova centralità ed un nuovo ruolo all'interno della realtà urbana tramite la rete di percorsi pedonali e ciclabili progettati, in grado di ovviare ai problemi di accessibilità oggi rilevabili.
Essa sarà connessa infatti a due sistemi di percorsi ciclo-pedonali che trovano nell'ex Eridania la loro naturale conclusione: il primo che inizia dal Parco Ducale e tocca i luoghi centrali di maggior pregio; il secondo che, correndo lungo la massicciata della ferrovia, connette le principali aree industriali dismesse. Si può inoltre ipotizzare, in previsione della prossima dismissione del vicino stabilimento della Barilla, la realizzazione di un ulteriore importante percorso di collegamento con la vicina via Emilia (10.51), completando così un sistema di percorsi che rende finalmente accessibili parti di città per lungo tempo chiuse in se stesse